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Si è fatto attendere ben cinque anni prima di dare alle
stampe il successore del superlativo "Truth" e, dopo un
trascurabile album di ritorno con gli Stryper, riecco finalmente
Michael Sweet nella veste che oggi gli è più congeniale: quella
di autore a.o.r./pop di alto livello.
Dopo una raffinatissima intro che combina percussioni e
suoni moderni sorretti da un tappeto tastieristico, entra delicatamente
la voce di Michael a sussurrare "I’ll remember you", dimostrando così
che non è impossibile iniziare un album con un lento. Il ritmo va
progressivamente in crescendo con Every hour e I
know; quest'ultima ripresa anche a fine album in una versione
più estesa. Tastiere e chitarre acustiche sempre in primo piano e nei
ritornelli fanno capolino anche gli archi per sfociare in un finale che
fa ricorso addirittura alla musica elettronica. Tutto è però dosato con
tale maestria da amalgamarsi perfettamente senza stonare neppure per un
secondo. Halleluja, un brano piuttosto ripetitivo con il
suo ritornello ripetuto all’infinito, e la successiva Gillied,
che non colpisce particolarmente per ritmo e originalità, costituiscono
la fase meno coinvolgente dell'album. Per fortuna arriva At
calvary a scacciare la noia: una canzone un pò più movimentata
il cui testo merita particolare attenzione: "And
mercy there was great, and grace was free /
And pardon there was multiplied to me
/
There my burdened soul found liberty oh at Calvary".
Surrender ha poco a che fare con l’omonimo
brano di "Soldiers Under Command". Si tratta infatti di una
ballad acustica, come, del resto, la quasi totalità dell'album che a
questo punto comincia a risultare eccessivamente prolisso.
Dopo un capolavoro come "Truth" non era facile
ripetersi ma ammetto che questa volta il mio beniamino Michael Sweet mi
ha parzialmente deluso. Ha infatti seguito la strada più facile, quella
di comporre dieci ballate orecchiabili e nulla più. Le poche idee
interessanti si esauriscono nella prima parte del disco e tutto il
resto, pur risultando gradevole, suona come già ascoltato. Questa volta
Michael merita non più di una piena sufficienza.
Marco Ciapparelli |