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Siamo nel periodo in cui spiga la bizzarra
commistione rap-metal, dando vita alla meteora commerciale del nu metal,
sostanzialmente estintasi dopo aver contaminato anche il gothic sulla
scia del fenomeno Evanescence. Nell'anno 2000 tutto ciò era
ancora un qualcosa di innovativo, ed i Midnight Orchestra, dopo
il discreto debut "Land Of Nod", decidono di lanciarsi nella
sperimentazione, miscelando il loro gothic qui fortemente industriale
proprio col rap. Ne viene fuori un bel pasticcio senza troppo capo né
coda, anche perché passi pure - forse - la quantomeno dubbia
sperimentazione, ma "Digital Saviour" per il resto si rivela un
disco compositivamente limitato, strumentalmente banale, dove i buoni
spunti vengono strizzati allo sfinimento, riproposti indefessamente per
tutte o quasi le 13 tracce, rendendo quindi lo sviluppo della tracklist
a dir poco pleonastico.
Lo schema ridonda evidente: mid-tempo
industrial-goth con cantato semibaritono o filtrato e (anche buoni)
refrain, a cui si accostano diverse volte questi inserti rappati che
spesso si sostituiscono completamente al sound, magari accompagnati da
riffoni in backing. E' il caso della titletrack Digital Saviour,
dove ospite è il rapper Prophetics, di I'm a lie (con Mr.
Tru of Sackcloth Fashion), più rap che metal, e della riuscita
Chaos (feat. Prophetics, Man of War, E-Roc, Coleon), carica di
pathos chitarristico. Tuttavia in questo "Digital Saviour", tra
le tante falle ci si imbatte anche in episodi interessanti. Citerei la
sesta Everyday people, intrisa di una piacevole melodia
vocale e impreziosita da un guitar solo che spunta dal robusto muro
ritmico, poi The cage, con la sua armonia quasi catchy, ma
soprattutto la decima Cain, cupa con baritono passionale
in stile
The 69 Eyes, dopo un attacco dark ambient. Per il resto a farla da
padrona è la scialba monotonia.
Con questo malriuscito album, dalle intriganti e
cristianamente esplicite liriche, si chiude, in modo dunque claudicante,
l'avventura di un act che forse aveva nelle proprie corde qualcosa di
più rispetto a quello che ha poi effettivamente prodotto. Mick di lì
fonderà il progetto Goliath, le cui coordinate stilistiche
vireranno verso lo
stoner doom blacksabbathiano.
Vaake
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