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"Voi udrete parlare di guerre e di rumori di guerre; guardate di non
turbarvi, infatti bisogna che questo avvenga, ma non sarà ancora la
fine. Perché insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; ci
saranno carestie e terremoti in vari luoghi; ma tutto questo non sarà
che principio di dolori."
(Matteo 24:6-8)
I Mirror Of Dead Faces sono una christian death metal / deathcore
band californiana formatasi tra il 2007 e il 2008. La band, non molto
nota, ha dato vita ad un solo full-length con la Creator Distructor
Records nell’anno 2008, "Lamentation", sul quale verterà la
nostra analisi. L’album si apre con la strepitosa The beginning of
sorrow, traccia di una "cattiveria" eccezionale: tempi di
batteria travolgenti, veloci e al contempo raffinati; chitarre distorte
estremamente death, talvolta con qualche spunto di melodicità che
ampliano il brano dandogli una originalità particolare, specialmente al
momento dell’assolo, breve ma ben piazzato verso 1:40; intreccio di
growl e scream pungente e graffiante che donano alla canzone (e
all’album in generale), in connubio con la incredibile velocità di
quella tremenda batteria, un tocco più che extreme. Non da meno è la
traccia seguente, A cripple within, basata più o meno sul
medesimo schema della prima, ma non per questo monotona, anzi: nella
loro somiglianza, le due tracce, ad un ascolto più approfondito,
risultano molto diverse, ed entrambe validissime. Anche in questo caso
gli spunti di melodicità riscontrabili nel corso del brano, che vanno a
confluire nell’ottimo assolo verso la conclusione, elevano senza ombra
di dubbio la validità del brano stesso. Si prosegue con Horde of
swine, la quale, a causa della sua somiglianza con le
precedenti, può risultare un po’ ripetitiva e meno orecchiabile. Ed ecco
una prima pecca dell’album.
La traccia seguente è, a mio avviso, uno dei brani
più belli e avvincenti di tutto "Lamentation": This is my
course. E’ incredibile la somiglianza con i canadesi Quo
Vadis, anche se i Mirror Of Dead Faces, rispetto a
quest’ultimi, hanno sicuramente meno talento e meno fantasia, puntando
di più, probabilmente, sui testi che sulla raffinatezza della musica:
non per questo da censurare. Arriviamo dunque a metà dell’album,
con la traccia omonima (Lamentation), che si apre con un
intro di batteria e un affascinante tempo in terzine (mai utilizzato
nelle canzoni precedenti) per poi tornare sul solito stile estremo.
Magnifico l’assolo verso 1:26, breve ma intenso: la stessa chitarra si
fa poi sentire sul concludersi del brano, donandogli un atmosfera molto
melodic black. Sulle due tracce seguenti (Gauntlet o the will
e The suffering) c’è ben poco da dire essendo sulla
medesima linea ed avendo le stesse caratteristiche delle altre. Con
l’apertura di Bringer of peace the lord of war si apre
anche un nuovo scenario, più definito: il brano, ad eccezione
dell’intro, e dei bridge, è oltremodo più lento rispetto agli altri, ed
è caratterizzato dal pesante growl del cantante (più che dal suo scream
graffiante) che dà vita, quasi, ad un’atmosfera viking. Ed è proprio
questo splendido brano che ci conduce alla conclusione dell’album...Plague
of sheol è una traccia strumentale, melodica, tranquilla e (mi
prendo la licenza di dirlo) estremamente rilassante: non può esserci
nulla di più confortevole dopo le 8 tracce di un tremendo e alquanto
grintoso death. Plague of sheol ti coglie alla sprovvista:
il dolce suono di una singola chitarra acustica, sovrasta il lieve
rumore di un vento in lontananza e qualche tuono di tanto in tanto.
Un’atmosfera malinconica e quasi sofferente che conclude degnamente
l’album (il quale, non a caso, si intitola "Lamentation").
Che dire...il quintetto californiano (formato dal vocalist Ryan Thor,
dai due chitarristi Nick Barrientos e Jake Foust, dal bassista Jeph "Jeppa"
Hennerty e dal batterista Brandon Trahan) ha compiuto un ottimo lavoro
che raccomando a tutti gli amanti dei generi più estremi. Tuttavia non
ho alcun dubbio sull’affermare che avrebbero potuto fare di meglio
sfruttando in modo migliore il loro talento, cercando di evitare il più
possibile le ripetitività: una delle principali pecche dell’album. Per
il resto, buon ascolto!
Salvatore Garasto
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