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Come suggerisce il monicker stesso, l'album di Henrik Ryösä è
una ventata di fresco maestrale nel panorama metal odierno. Devo
ammettere che ho incontrato poche produzioni con un sound così fresco e
variopinto. Il primo pezzo che troviamo è Forging the universe il
cui attacco del cantato iniziale mi ha ricordato gli In Flames
del tempo di Jotun. Il testo presenta una riflessione di
sapore pascaliano sulle grandezze universali ed evidenzia bene lo
spirito "cattivo" di quest'album. Ma finita la prima traccia ecco che
subito siamo invitati a riflettere: The earth's reflection
si presenta come un pezzo dai toni più dimessi del precedente, meno
veloce, con riff più aperti. Il tema passa dal cosmo al singolo, che
senso ha la vita del fragile essere umano? Il duro scoglio del pensiero
presentato nel libro di Qoeleth viene però illuminato da un'apertura,
sottolineata nel pezzo dal cantato non più distorto ma chiaro: "For a
moment, won't your heart open / to everything I have to give / For a
moment, forget your own plans / For a moment, lend me an ear".
Ma non abbiamo tempo per troppi pensieri perché subito
Ryösä ci fa precipitare nella più arrabbiata canzone dell'album:
Lavish lurid liquid. Il cantato è rapido e incalzante, si sente
la pressione e gira un po' la testa. Il testo presenta immagini oscure,
forse legate ad un probabile passato travagliato dell'artista. In
(Enter) Into the chambers Ryösä dimostra di non aver paura di
alcun genere di psicologismo e ci invita a far un viaggio nella sua
mente con l'intenzione di far chiarezza in un mondo nuvoloso. La canzone
è caratterizzata da un basso ben gestito, soprattutto nei colpi finali,
e da un sapiente uso delle tastiere e dell'elettronica che il nostro
autore ha già dimostrato di apprezzare nelle canzoni precedenti.
Dimostrazione che giunge nuovamente quando arriviamo alla metropolitana
Lunar link, un inno d'amore a Selene e, a mio modesto
avviso, una redenzione di "Alla Luna" di Giacomo Leopardi. Ancora un
basso ben utilizzato nel refrain del pezzo che verso la fine sfuma dal
dolce al growling. Ma ecco che improvvisamente ci troviamo a volare,
trasportati dagli spaziosi accordi della chitarra e poi dalle note della
tastiera, sopra le montagne hymalaiane in vista di Shangri-la.
In realtà la canzone ha poco a che fare con la città del romanzo di
James Hilton, se non per il fatto che parla di un amore utopico di cui
però l'artista si farebbe volentieri carico (Alone, words could not
suffice to express / the gestures of the heart whisper softly / search
my heart and see that Shangri-la exists). I ritmi maestosi dell'inizio
spariscono presto in tempi spediti e decisamente metal, presentandoci
poi nel bel mezzo un assolo di chitarra veramente degno di nota, e da lì
in poi smorzandosi di nuovo verso toni riflessivi, e così concludendosi
sulle note della tastiera. Con World in me ritorniamo al
filosofico e all'arrabbiato. Canzone dai toni serrati e inquisitori che
ci mette di fronte all'opzione tra una verità definitiva e metafisica ed
una verità modellata solo sulle nostre sensazioni. E ahimé, giungiamo
alla conclusione di quest'opera con Suicide by suspicion
il cui inizio è un trionfo di tastiere e sintetizzatori che Ryösä non fa
mai risultare stucchevoli, venendo ben amalgamati anche con la sua anima
black. Sulle parole di denuncia "Killing slowly, but you never aimed one
blow / I'm a victim of programmed paranoia" il pezzo diventa
irresistibile con le chitarre che ci cavalcano nelle orecchie
imponendoci l'headbanging!
Non c'è che dire! La one-man band di Ryösä ha sfornato un
ottimo prodotto che ha il pregio di essere ascoltabile e fruibile da
molti, intrecciando heavy metal, il gothic rock e l'industrial/electronic
metal con generi diversi come thrash, death e black. Oltre all'elevata
capacità musicale dell'artista c'è da aggiungere un carnet di testi per
nulla scontati e decisamente interessanti. Data un'opera così elevata
non vedo l'ora di avere fra le mani un nuovo album di Henrik!
Andrea Ciceri |