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In una scena metalcore mondiale in cui eccellono
christian act a profusione, perché il nome del migliore di tutti non
riecheggia sulla bocca degli appassionati almeno quanto quelli di As
I Lay Dying, Underoath, Demon Hunter, Becoming The
Archetype, Zao, August Burns Red e indefinito bailamme
a seguire? Forse perché tale monicker non è mai entrato nella corte
imperiale della sovrana Solid State?, o forse perché ha illuminato
troppo brevemente il firmamento coi suoi due, soli e peraltro
ravvicinati, album-meteora? Due verità, ma la principale va forse
ricercata nei loro superlativi testi, che siano troppo cristianamente
espliciti per una christian metalcore band? Possibile, e questo rende
ancor più onore degli altari a quel "tesoro sepolto" che i Mortal
Treason incontrovertibilmente sono. Rispetto allo sconcertante
debut, antecedente di un solo anno, escono dalla formazione batterista,
bassista e un chitarrista, tutti ottimamente rimpiazzati e con il valore
aggiunto della moglie del leader e frontman Seth Kimbrough, Elizabeth,
alle tastiere, strumento nel precedente episodio ignorato, che qui
diviene invece la spina dorsale del songwriting. Il sound dunque muta
camaleonticamente, dal deathcore contaminato da svariate influenze di
"A Call To The Martyrs" qui si erge un monolitico e magnitudico core
tastieroso intriso alla saturazione da tastieroni black melodici: "Sunrise
Over A Sea Of Blood" è sostanzialmente un disco di "blackcore", se
mi si consente il neologismo, come e più di
"Cries
Of The Past" degli
Underoath.
Anche in questo come back ovviamente è tutto
empireo, dalla produzione all'esecuzione, dai caratteristici iperuranei
vocals scream e guttural di Seth, alle intricatissime ritmiche. I
Mortal Treason stavolta si votano anche all'elegiaco, e compongono
partiture di pura emozionalità, a partire dal piano-violinistico intro
Best case scenario dalla trascendente atmosfera, per
chiudere con la finale tellurica Death is the beginning,
che dopo una manciata di minuti di clavate ancestrali sfuma in un
violino strappalacrime su cui si sovrappone il piano, drammatico mix
implementato dal ritorno del death-blackcore più emozionaale che mai.
Tra l'alfa e l'omega di questo nuovo capolavoro marchiato Mortal
Treason nessun anello debole ma forse - ecco il neo - eccessiva
ripetitività: la novità della tastiera non è pienamente gestita, la sua
presenza si fa invasiva, anche per il fatto che i riff che propone sono
sempre quelli, e ciò tende ad un appiattimento delle composizioni,
leggendarie nelle prima metà dell'Lp, con un certo infastidente
retrogusto di déjà écouté nella seconda. Favolosa è Worst case
scenario, piena di seminalità deathcore, fluttuazioni sinfoniche
e progressività chirurgica Dig your own grave; brutale
prima, blackmelodica intensa poi Abbadon ed infine intrisa
di pomposità epiche ma anche stacchi di mero black e poi breakdown
squassanti The falling. Fin qui - traccia quinta - siamo
al masterpiece epocale, poi però ciò che segue non aggiunge nulla di
nuovo, e diverse canzoni rimescolano - e senza girare troppo - gli
elementi fin qui proposti. Tuttavia è pur sempre un bel sentire quando
veniamo rapiti dalle emozionalità nostalgiche della title-track e dalle
complessità estreme del tessuto ritmico di These evil days.
Ci si riprende inoltre appieno col preludio della sontuosa fine, la
penultima, entusiasmante, One hour from forever, un
profusivo tornado di furie, ragionate da momenti post-metal che
degenerano in un dark ambient infernale, prima di esplodere di nuovo più
cataclismatiche che mai.
Liriche tra le più belle in cui potete imbattervi
nell'intero orizzonte del metallo cristiano, evito citazioni per non
dover incollare pressoché tutto, ma rimando vivamente all'attenta
lettura. Che dire di questo disco? Diverso dall'altro, ma, aggiungendo
qui e sottraendo là, sullo stesso livello di caratura. Che dire di
questa band? Inutile sciorinare elogi con una pletora infinita di
aggettivi magniloquenti, quindi termino con l'augurio del cuore che la
loro sia solo una morte apparente, che non sia stato questo il canto del
cigno di un progetto che aveva ancora davvero troppo da dire e da dare.
Speriamo quindi, continuiamo a sperare, forse - ormai "probabilmente"?,
ahimé... - contro ogni ragionevole speranza affinché i re del christian
metalcore tornino, un giorno, in pompa magna, tra il tripudio di tutti i
loro fedeli, a sedersi nuovamente sul loro trono.
Vaake
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