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Davvero tanti anni sono passati dal debut "Break
The Curse" del 1990, ma nonostante questo e le peripezie mediche del
venerabile leader Steve Rowe eccoci all'ennesimo parto per quella che è
la prima christian death band di sempre: e siamo a ben tredici album
studio. Significativo cambio nella line-up, Mike Forsberg è rimpiazzato
ai drums da Damien Percy e forse anche per ciò il combo australiano
muta, seppur solo parzialmente, le coordinate stilistiche rispetto alle
ultime releases: ecco che così "Erasing The Goblin" si dimena su
latitudini più death dopo la lunga recente parentesi di mero thrash,
apertasi a seguito della cessata brutalità dei primi lavori. Thrash
style che peraltro non è abbandonato tout court essendo inevitabilmente
scolpito nel Dna del bravo axeman Mick Jelinic, ma che si fa minoritario
nell'economia complessiva di questi 42 minuti, densamente permeati anche
di intenso doom. Altra novità assai gradita è il ritorno del
deep growl, completamente assente in "Brian Cleaner", ma non
solo, e qui, ma anche nelle sempre protagoniste parti di basso, Steve si
mostra in splendida forma.
Ad aprire le macabre danze del nuovo disco è
Razorback, una grandissima traccia di violenza death, articolata
e ben strutturata, che si giova anche di una buonissima produzione:
rallentamenti esplosivi, accenni di lead melodica in un bridge che
conduce ad un ottimo assolo. Il finale è una furia conturbante. Va detto
però che il Cd non sarà, ahimé, tutto così, anzi questa era già l'apice
della brutalità. Segue infatti Erasing the Goblin ed il
growl profondo è già accantonato, la traccia è molto più thrash-oriented
ma impazza anche il doom: meraviglia quasi la presenza di un solare
guitar solo. Il doom che chiude Erasing the Goblin apre
anche The dead shall be judged, ottima song senza
dubbio, poderosa e buia, tecnica e vorticosa, l'assolo è tagliente come
una katana ed insanguina tutta la track, esaltata in ciò dalla presenza
dello screaming al fianco dell'abissale timbro gutturale. Piuttosto
alterna risulta Escape the blasphemous tabernacle, dove un
riff iniziale da resa dei conti, un imperioso doom e fasi di gran pathos
non suppliscono totalmente ad una mal riuscita linea melodica vocale e
ad una partitura thrash con sparatissimo assolo probabilmente un po'
fuori luogo. Molto meglio Your time, massiccia, tirata ma
anche detonante.
Oltre la metà dell'oscuro cammino troviamo ad
accoglierci Forged in stone, introdotta da un sinistro
ringhio, preludio di un'aggressione death; il sound è vario tra
accelerate, pause esplosive e crolli doom, l'assolo addirittura
evocativo. Gran pezzo, a cui fa seguito l'ancor migliore Way truth
life (Cristo è "Via, Verità e Vita"), thrash/death dagli
infuocati blastbeats, con gutturali e "strillati", è un intrecciarsi di cambi di
tempo. Humanitarian è l'episodio più doom della track-list
- nonostante cerchino invano di imporvisi alcune sfuriate - con la lead
guitar protagonista. Un pizzico di death'n'roll a sorpresa è presente a più
riprese in Short circuit: la voce è roca, l'assolo
lodevole, sostanzialmente la traccia è thrash. A chiudere i battenti la
bonus Dead man walking, che non eccelle particolarmente. Nient'altro da aggiungere su "Erasing The Goblin",
se non chiarire per bene che i Mortification hanno
piazzato uno dei migliori album della carriera da molti, molti anni a
questa parte. Hail.
Vaake
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