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Siamo nel 1993, un anno ricco di avvenimenti: nasce
ufficialmente l’Unione Europea, il Parma vince la Coppa delle Coppe...ma,
parliamoci chiaro, a noi di questo importa ben poco, molti death/thrash
metallers
cristiani accaniti ricordano invece il 1993 per l’uscita della quarta
fatica dei Mortification. Sono la prima band cristiana ad
affacciarsi sul mercato death e, forse, anche inaspettatamente per
molti, con ottimi risultati. Quello che mi accingo a recensire è uno dei
migliori lavori della band australiana. La line-up è formata da Steve
Rowe alla voce e al basso, Michael Carlisle alla chitarra e Jayson
Sherlock (Paramaecium, Horde) alla batteria. Parliamo del
disco in questione, "Post Momentary Affliction": le attese per
questo Lp erano spasimanti, il lavoro precedente, "Scrolls Of The
Megilloth", aveva fatto gridare al capolavoro, e il dubbio era se
sarebbero stati capaci a sfornare un altro lavoro all’altezza dei
precedenti, senza però cadere nel ripetitivo. E ci sono riusciti, hanno
realizzato un altro ottimo disco anche se, a detta di molti, anche
l’ultimo di un certo livello. Dopo questo album, infatti, lo stile è
cambiato, e si è passati da un death ai confini del brutal, ad un thrash
che non ha soddisfatto i fans più esigenti. C’è però da dire, che già in
questo Lp si può sentire l’influenza thrash, mascherata però dalla voce
deep growl di mister Rowe. Quest’album, infatti, è prevalentemente
thrash nel suono, e death nella voce.
Fatte queste premesse, entriamo nel dettaglio: le
canzoni sono disposte in maniera brillante nei 51 minuti di durata del
disco. Ogni strumento è essenziale ai fini dell’eccellente lavoro: la
batteria è forte, potente, veloce, ma mai banale, scontata o ripetitiva;
il sound della chitarra non passa mai in secondo piano e più volte si
lascia andare ad assoli o simil-tali da brivido, il basso ogni tanto è
sottotono, ma quando si fa sentire, recupera alla grande; e poi c’è la
voce, la fantastica voce di Steve Rowe, ora deep growl, ora scream, ora
cantato: una delle più belle voci cristiane! La prima traccia,
Allusions from the valley of darkness, presenta meno di un
minuto di effetti sonori che definirei "spaziali" (sentiteli e capirete
il perché). Il secondo pezzo From the valley of shadows è
uno dei migliori dell’intero album, il ritmo cambia in continuazione,
sembra non esserci uno schema preciso, momenti lenti si alternano a
momenti di estrema pazzia; otto minuti che vi conquisteranno ve
l’assicuro. Non facciamo in tempo a renderci conto della bellezza della
traccia, che, preceduta da versi animaleschi, inizia la terza, forse la
più orecchiabile, con la frase cantata "Human condition" (che è anche il
titolo) che non vi dimenticherete tanto facilmente. Il ritmo anche qui è
forsennato. Distarnish priest continua sulla stessa onda
delle precedenti canzoni, la qualità e la tecnica sono indiscutibili, ma
non aggiunge nulla di nuovo.
La quinta traccia Black lion of the
mind fa da intro al pezzo successivo, Grind planetarium,
un capolavoro: ritmi alternati, e presenza di due stili di voci diverse
quasi a creare una sorta di botta–risposta, growl ai limiti dello scream
da una parte e growl ai limiti del cantato dall’altra...insomma, sempre
growl è, ma la differenza è notevole e piacevole. Pride sanitarium
fa da outro, anche se a me è sembrata una sorta di "fine primo tempo",
trovandoci esattamente a metà disco. Overseer è una cavalcata molto
violenta con ritmica aggressiva in cui spicca sempre la batteria che è
davvero onnipresente. La nona è This momentary affliction:
inizio con batteria a tempi vertiginosi e susseguente ingresso della
chitarra sullo stesso ritmo; verso la metà della traccia entra in scena
anche la voce con la frase "Crush this momentary pain" ripetuta per
tutto il (breve) pezzo. Flight of victory è la terza track
strumentale dove, tra tutti gli strumenti, spicca il basso, quasi
protagonista assoluto. In Impulsation ritroviamo il
contrasto della voce già presente in Grind planetarium, ma
stavolta non ci impressiona particolarmente e la traccia scorre via
senza troppe pretese. Liquid assets è un altro brano
strumentale in cui sono però presenti, a differenza degli altri pezzi,
solo suoni della natura. Vital fluids è l’ennesima song
dai ritmi vorticosi, ogni tanto presenta dei rallentamenti per poi
puntualmente ripartire a mille. The sea of forgetfulness è
la pseudo ultima traccia, pseudo perché nella versione digipack è
contenuto un ulteriore brano bonus, Butchered mutilation;
ma entrambi non hanno troppe pretese e passano "tranquilli".
Il disco mette indubbiamente in primo piano la
qualità dei brani e la tecnica dei musicisti, ma ritengo sia consigliato
solo agli amanti del death/thrash; alcuni spettatori occasionali del
genere infatti, potrebbero trovare il disco ripetitivo. Ma se questo è
il vostro genere, non potete perdervelo perchè sfiora la perfezione. Un
discorso a parte, lo meritano i testi e le copertine; partiamo da queste
ultime: non ho sbagliato a scrivere, ho detto proprio le copertine, al
plurale. L’album in questione infatti è stato pubblicato da due diverse
label, l’Intense e la Nuclear Blast, e, ovviamente, le copertine
differiscono l’una dall’altra. La copertina della Intense è stata fatta
da Jayson Sherlock e rappresenta la Trinità su un trono e su una mano
divisa che rappresentano Satana sconfitto. La Nuclear Blast invece
propone uno scoppio nucleare, ma c’è una particolarità a dir poco
curiosa, premesso che l'artista è sconosciuto: osservando molto
attentamente si noteranno due grattacieli distrutti, un uccello e la
statua della libertà: una copertina profetica? Direi di no, ma rimane
comunque una coincidenza bizzarra. L’altro discorso è riguardante i
testi, devo dire che tutti sarebbero da trascrivere; quelli che
preferisco sono i versi di Human condition: "Lies, wars,
hatred, Antichrist / Human condition / It is no superstition / Human
condition / In desperate need of God"; e di Overseer: "I
cry out to the Lord in my distress / He takes away the chains / That
bind my soul / Let us give thank for His / Unfailing word / For He sets
us".
Federico Cerioni |