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Siamo nel 1992
e i Mortification sono al loro terzo cd, quello che sarà da
molti considerato il loro capolavoro. L’album inizia con
il brano Nocturnal, appena facciamo partire la track
sentiamo dei rumori e suoni che appartengono alla natura: scrosci
d’acqua, versi d’animali come rane che gracidano e lupi che ululano,
che ben presto lasceranno il posto alla pesante e cattivissima
"cavalcata" realizzata dalle tremende chitarre e dalla prepotente
batteria, le quali si dibattono e si rincorrono preparandosi
all’entrata dell’inesorabile growl di Steve Rowe
che
amplifica, e non di poco, la prepotenza di questa canzone che in
certe parti rallenta la sua furia per lasciare libero sfogo
all’immaginazione dell’ascoltatore e guardarsi alle spalle per la
devastazione fino ad ora portata.
É ormai
chiaro l’andazzo del cd che non esita di certo a proporci ritmi
sempre più prepotenti, e la prossima track, Terminate
damnation, ne è un chiaro esempio: dal primissimo inizio la
velocità di rullaggio della batteria è impressionante, le chitarre
fremono; da questo punto in poi si alterneranno ritmi invasati,
velocissimi con altri lenti e possenti; l’atmosfera che si sta
creando è qualcosa di veramente surreale, l’abilità dei chitarristi
è notevole, sono in grado di passare rapidamente da momenti di puro
invasamento a ritmi quasi depressivi, seppur conservando quella
sonorità che prepara l’ascoltatore ad una nuova devastazione. Con la
successiva track Eternal lamentation, il
ritmo non sembra cambiare poi di molto, infatti si parte già molto
velocemente e si prosegue con una tale furia che fa molta fatica a
placarsi finché, a tre quarti di canzone, i nostri si fermano e
raccogliendo le forze per il finale concedono spazio a un ritmo
stantio e pesante, quasi come affacciarsi alla finestra e vedere un
paesaggio desolato dove la sofferenza e la disperazione fanno da
padrone; atmosfera efficacemente sottolineata dalle grida dei
dannati che si lamentano e si dimenano tra le fiamme infernali. La track
successiva, Raise the chalice, si caratterizza per un
ritmo già più lento rispetto alle canzoni che abbiamo analizzato in
precedenza, la pesantezza e cattiveria rimangono inalterati ma la
furia e la burrascosa atmosfera vengono lasciati da parte per dare
spazio questa volta al solista che fa da padrone in questa song: il
ritmo blando segue la voce quasi ad accompagnarla in questa sorta di
lettura delle antiche Scritture. Se diamo uno sguardo ai testi la
canzone inizia proprio citando alcuni versetti di Giacomo (5:16 e
1:8) e di Giovanni (6:53). Nella prossima canzone
Lymphosarcoma il ritmo resta inalterato rispetto alla
precedente track ed è caratterizzato da atmosfere lugubri e
stagnanti: la canzone dichiara tutta la sua avversione per il male
sotto forma di lymphosarcoma, un tumore maligno che attacca
brutalmente il corpo umano; ci si appella alla bontà di Gesù per
farlo passare spazzandolo definitivamente. Un invito a confidare in
Gesù anche nei momenti più brutti.
E veniamo alla
track che dà il nome a quest’album: Scrolls of the Megilloth,
dopo una breve introduzione strumentale dove sentiamo tenui campane
e subito dopo un organo che suona, la band si lancia alle sfuriate
che abbiamo già sentito nelle prime canzoni, il ritmo è serrato e
potente la batteria come di consueto rulleggia, le chitarre fremono;
per un momento sembra che l’atmosfera si sia calmata, ma molto
presto la sfuriata riprende fino a concludersi in coincidenza con la
fine della canzone. La song Death requiem a differenza
delle precedenti prese in rassegna vanta una struttura più
complessa; l’inizio è molto curato, non si sente la tipica furia che
parte e fa fatica a fermarsi, bensì un ritmo quasi solenne e nello
stesso tempo austero, ci immerge in un atmosfera oscura, ci rende
partecipi del trapasso dalla vita alla morte; dopo questa
introduzione il ritmo aumenta le chitarre e la batteria
abbondantemente riscaldate improvvisano una sorta di corsa che dura
finché non sentiamo una parte lenta dove qualcuno parla con un
sottofondo di campane. Costui però una volta concluso il suo
discorso, lascia spazio alla nuova sfuriata molto contenuta e
"controllata" che si esaurirà, anche questa, in coincidenza con la
conclusione della track. Altra canzone davvero violenta è
Necromanicide, che si caratterizza per ritmi molto veloci,
rulleggianti e quasi mai interrotti, sembra proprio che questa
canzone sia stata fatta in "apnea", perché gli strumenti di fatto
non prendono nemmeno un secondo di respiro, eccetto a tre quarti
della song in cui sentiamo un apparente rallentamento, ma destinato
a sfociare nella frenesia finora ascoltata. Con Inflamed
siamo quasi alla fine del cd, anche qui ritmi piuttosto convulsi
accompagnati ad altri lenti ma potenti; la canzone si rivela molto
brutale anche sotto il profilo del testo che descrive l’orrenda fine
delle anime dannate, condannate a bruciare all’inferno perché rei di
non aver accolto nella loro vita l’insegnamento di Gesù Cristo.
Siamo alla fine dell’album con Ancient prophecy song
molto lunga che si caratterizza per un ritmo a senso unico, lento e
terribile, accompagnato in alcune parti da versi e grida gutturali
molto impressionanti.
L’album si è
rivelato avere song dalle strutture sostanzialmente simili, che solo in pochissimi
casi vengono un variate: a prevalere sono soprattutto ritmi
veloci-convulsi e lenti-strazianti, quasi come una sorta di Via
Crucis dell’anima. Questo cd è consigliato solo per veri amanti del death
brutale, con cui potranno certamente sfogarsi a loro piacimento.
Fabio Manna |