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Ed ecco spuntar fuori improvvisamente un'altra
creatura artistica dell'ineluttabile Ian Arkley, di cui ormai si perde quasi il conto delle christian band che portano, o
hanno portato, la sua firma: innanzitutto gli storici thrasher Seventh Angel,
l'onorevole parentesi Paramaecium, poi l'importante esperienza
Ashen Mortality e, passando per gli attivi Century Sleeper e
The Other Window, approdiamo infine a questi recentissimi My
Silent Wake. Di idee deve averne a profusione l'artista inglese,
accompagnato qui della compagna di vita Kate Hamilton,
impegnata al violoncello ed alle tastiere. Il sound del neonato quintetto autore finora del
solo breve Ep "My Silent Wake" si propone come un doom gotico
di scuola tipicamente inglese,
romantico e doloroso, a tratti anche folk-celtico, in pieno trade mark
Ashen Mortality dunque. Si nota però sin dal primo ascolto come una
certa maturazione artistica ci sia stata in questi anni, infatti "Shadow
Of Sorrow" si presenta più raffinato, più smussato, più "di
classe", ma anche maggiormente intenso dei due album che
componevano la discografia della band sorella maggiore. La giusta
evoluzione di quel promettente progetto rimasto sempre un po' incompiuto.
Liriche poetiche, angosciate, romantiche ed incessantemente ricche di
fede implorante (In the days of disillusionment / Frustration and
discontent / In the hours of doubt and disbelief / Days of mourning and
of grief. / Oh Lord / On the edge of the depths of despair / Never let
me lose hope), ben curato è l'artwork e assolutamente inappuntabile la
produzione del suono.
E' con l'inquieto e avvolgente abbraccio
tastieristico di Wake che esordisce il sodalizio
britannico, cui fa presto seguito già la title-track Shadow of
sorrow: distorsioni cadenzate e lead guitar angosciata, è doom.
L'inserto orientaleggiante richiama un pochino la celeberrima saga di
"Legend", ma presto scompare all'irrompere del growl di Ian, più
possente e profondo che mai. Ritmo lento e grave, blocchi sonori
poderosi, assolo, il finale è una
sublimazione emotiva. Otto notevolissimi minuti e mezzo che già ci hanno
catturato, così, con grande afflato emozionale, proseguiamo con
Burning, la song più violenta, più death, ma è un death
opethiano, sempre aperto e propenso a soluzioni ariose e illuminate, non
solo pause di respiro, ma un vero sentiero onirico, qui non prog, ma
doom-oriented. Il capolavoro è alle porte, se ne sente l'odore
nell'etere: la quarta, lunghissima nel suo quarto di ora,
Hunting season cela e disvela man mano un mood fuori scala,
un sentimento stordente in quelle fatiscenti decadenze prima in clean
poi in growl e distorto, che si alternano sul filo di una soave armonia
melodica composita di esperienze cupe, di minimalismi intimisti
tracimanti di pathos, di un tripudio finale di passione che detona nel
refrain strumentale di chitarra e violoncello: un maremoto di brividi
inonderà ogni lido emozionale. Un'esperienza turbante, così, consci di
ciò, i My Silent Wake ci rilassano con l'ammaliante ma mansueta The
mist,
riff celtici e toni drammatici in quel giro chitarristico enfatizzato
dal caldo sussurrato o poco più di Ian. Abbandoniamo la dolcezza perché
con In darkness si rifà sotto il doom articolato e
soverchiante, con momenti puliti e distorti, con accelerazioni di
intensità e distensioni; belle le linee vocali in baritono nei passaggi
atmosferici, ma a farla da prima donna è ancora il malleabile e
pervasivo growl del leader del combo.
Lost parte sperimentale, polimorfa,
per riadagiarsi però presto su terre sonore più consuete; la chitarra
indovina un gran giro, semi ipnotico, sognante ma cupo, che quando è
affiancato dal growl si fa quasi solenne; arriva l'assolo ma dura poco
dato che irrompono squassanti riffoni death: il finale è doom dalla
fioca luce. Altro lungo capitolo di un quarto d'ora in arrivo, ma
Through greenest meadows, seppur suggestiva nel suo ondeggiare
tra disincantate soffici e dolorose modulazioni, irruzioni prepotenti di
doom aspro a tratti, cupo in altri, e celebrazioni quasi epiche, non ha
però, decisamente, lo stesso appeal di Hunting season,
risultando anzi, alla fine dei conti, quasi prolissa. L'outro è
Shadow reprise, semplice ma non banale ritmica folk-celtica. Non tutti gli episodi di "Shadow Of Sorrow"
veicolano gli stessi stati estatici, ma, premesso che nessuno di questi
è malriuscito, basterebbero solo quelle due o tre ascensioni pindariche
a farvi correre a rimediare questo disco, ed invaghirvi perdutamente di
questa band... la versione cristiana dei My Dying Bride.
Vaake
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