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MY SILENT WAKE
My Silent Wake
 
MY SILENT WAKE
The Anatomy Of Melancholy
 
MY SILENT WAKE
A Garland Of Tears
 
MY SILENT WAKE
IV Et Lux Perpetua
 
INTERVISTA
10/7/2008
 
 

 

MY SILENT WAKE
Shadow Of Sorrow
doom
2006 - Bombworks Records
(Inghilterra)
www.myspace.com/mysilentwake

 

Ed ecco spuntar fuori improvvisamente un'altra creatura artistica dell'ineluttabile Ian Arkley, di cui ormai si perde quasi il conto delle christian band che portano, o hanno portato, la sua firma: innanzitutto gli storici thrasher Seventh Angel, l'onorevole parentesi Paramaecium, poi l'importante esperienza Ashen Mortality e, passando per gli attivi Century Sleeper e The Other Window, approdiamo infine a questi recentissimi My Silent Wake. Di idee deve averne a profusione l'artista inglese, accompagnato qui della compagna di vita Kate Hamilton, impegnata al violoncello ed alle tastiere. Il sound del neonato quintetto autore finora del solo breve Ep "My Silent Wake" si propone come un doom gotico di scuola tipicamente inglese, romantico e doloroso, a tratti anche folk-celtico, in pieno trade mark Ashen Mortality dunque. Si nota però sin dal primo ascolto come una certa maturazione artistica ci sia stata in questi anni, infatti "Shadow Of Sorrow" si presenta più raffinato, più smussato, più "di classe", ma anche maggiormente intenso dei due album che componevano la discografia della band sorella maggiore. La giusta evoluzione di quel promettente progetto rimasto sempre un po' incompiuto. Liriche poetiche, angosciate, romantiche ed incessantemente ricche di fede implorante (In the days of disillusionment / Frustration and discontent / In the hours of doubt and disbelief / Days of mourning and of grief. / Oh Lord / On the edge of the depths of despair / Never let me lose hope), ben curato è l'artwork e assolutamente inappuntabile la produzione del suono.

E' con l'inquieto e avvolgente abbraccio tastieristico di Wake che esordisce il sodalizio britannico, cui fa presto seguito già la title-track Shadow of sorrow: distorsioni cadenzate e lead guitar angosciata, è doom. L'inserto orientaleggiante richiama un pochino la celeberrima saga di "Legend", ma presto scompare all'irrompere del growl di Ian, più possente e profondo che mai. Ritmo lento e grave, blocchi sonori poderosi, assolo, il finale è una sublimazione emotiva. Otto notevolissimi minuti e mezzo che già ci hanno catturato, così, con grande afflato emozionale, proseguiamo con Burning, la song più violenta, più death, ma è un death opethiano, sempre aperto e propenso a soluzioni ariose e illuminate, non solo pause di respiro, ma un vero sentiero onirico, qui non prog, ma doom-oriented. Il capolavoro è alle porte, se ne sente l'odore nell'etere: la quarta, lunghissima nel suo quarto di ora, Hunting season cela e disvela man mano un mood fuori scala, un sentimento stordente in quelle fatiscenti decadenze prima in clean poi in growl e distorto, che si alternano sul filo di una soave armonia melodica composita di esperienze cupe, di minimalismi intimisti tracimanti di pathos, di un tripudio finale di passione che detona nel refrain strumentale di chitarra e violoncello: un maremoto di brividi inonderà ogni lido emozionale. Un'esperienza turbante, così, consci di ciò, i My Silent Wake ci rilassano con l'ammaliante ma mansueta The mist, riff celtici e toni drammatici in quel giro chitarristico enfatizzato dal caldo sussurrato o poco più di Ian. Abbandoniamo la dolcezza perché con In darkness si rifà sotto il doom articolato e soverchiante, con momenti puliti e distorti, con accelerazioni di intensità e distensioni; belle le linee vocali in baritono nei passaggi atmosferici, ma a farla da prima donna è ancora il malleabile e pervasivo growl del leader del combo.

Lost parte sperimentale, polimorfa, per riadagiarsi però presto su terre sonore più consuete; la chitarra indovina un gran giro, semi ipnotico, sognante ma cupo, che quando è affiancato dal growl si fa quasi solenne; arriva l'assolo ma dura poco dato che irrompono squassanti riffoni death: il finale è doom dalla fioca luce. Altro lungo capitolo di un quarto d'ora in arrivo, ma Through greenest meadows, seppur suggestiva nel suo ondeggiare tra disincantate soffici e dolorose modulazioni, irruzioni prepotenti di doom aspro a tratti, cupo in altri, e celebrazioni quasi epiche, non ha però, decisamente, lo stesso appeal di Hunting season, risultando anzi, alla fine dei conti, quasi prolissa. L'outro è Shadow reprise, semplice ma non banale ritmica folk-celtica. Non tutti gli episodi di "Shadow Of Sorrow" veicolano gli stessi stati estatici, ma, premesso che nessuno di questi è malriuscito, basterebbero solo quelle due o tre ascensioni pindariche a farvi correre a rimediare questo disco, ed invaghirvi perdutamente di questa band... la versione cristiana dei My Dying Bride.

Vaake

VOTO

88

 

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