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Ed eccoci a presentare l'ultima fatica dei My Silent Wake,
gruppo nato dalla mente del più che prolifico Ian Arkley, già Leader di
band come Seventh Angel, Ashen Mortality e Century
Sleeper, nonché membro storico di una delle death doom metal band
più rappresentative del panorama christian metal, ossia, gli australiani
Paramaecium. Questo doppio full-length, intitolato "The
Anatomy of Melancholy",
rappresenta a pieno l'ecletticità sonora di questa band, che nel primo
disco inserisce brani tipicamente progressive death metal e nel secondo
pezzi acustici e melodici, come a voler evidenziare una sorta di
contrapposizione sonora fra le varie anime e
contaminazioni interne alla band.
Già prima di loro illustri
predecessori si erano cimentati in progetti musicali simili, per tutti
si possono ricordare gli Opeth che, al violento e crudo "Deliverance",
contrapposero, l'anno successivo, il progressive rock oriented "Damnation",
composto unicamente da brani acustici.
In prima istanza è il caso di parlare
della seconda parte di questo disco, ossia, quella completamente
acustica, per poi fiondarci a pieno nella tetra anima dei My Silent
Wake. Il Cd è sostanzialmente un mix di sonorità melodiche,
ampiamente ispirate al rock progressivo con lievi accenni "folkeggianti".
A tratti sembra di sentire i suoni e le atmosfere tipiche dei primi
U2 (Revolution), mentre, in altri brani (In the
glow of the autumn sun), a farla da padrona è una generale
atmosfera gothic rock (a tratti quasi doom) che pervade sia gli arpeggi
chitarristici ed il cantato di Arkley, che l'onnipresente mandolino di
Andy Lee (che ricopre il ruolo di bassista nella prima parte del disco).
Complessivamente, questa seconda trance di brani, può essere considerata
un buon incontro fra sonorità folk (parzialmente orientate verso le
atmosfere celtiche) e le ambientazioni plumbee e sofferenti del gothic
metal. Ciò che maggiormente stupisce, però,
è il primo capitolo di questa doppia opera del quartetto inglese,
stupisce per la rabbia, l'aggressività e la riflessività del suono
proposto. Il disco è un sapiente mix di sonorità doom e gothic metal ben
intervallate e supportate da un progressive death metal degno dei
migliori Opeth. I brani permettono di cadere in un sonno
profondo, sognante, in una landa desolata ed oscura in cui ombre e luci
si alternano inesorabilmente, come si alternano le lunghe progressioni
di chitarra ed il ruggente growl del sempre magnifico Ian Arkley. Brani
come Severed ed Heretic sono incredibilmente
introspettivi, e sembrano risvegliare una "virtuale" anima doom che
risiede nel profondo del nostro animo; le ritmiche di questi pezzi sono
lente e cadenzate, le melodie tetre e sepolcrali, quasi a voler
esprimere l'inesorabilità del destino umano, che nel suo cammino
obbligato, lento ed immutabile, giunge fino al termine della sua vita.
Termine che sembra giungere prima con Into silence (molto
vicina alle sonorità dei November's Doom) e poi con Sullen
earth che ad un funereo e lentissimo doom iniziale, contrappone
una violenta esplosione melodica nel ritornello, fatta di riff veloci,
voce baritonale e scream rabbioso. The dying things we're living
for e la conclusiva Sturm si avvicinano, invece,
maggiormente alle sonorità opethiane, tornite di growl aggressivi e riff
chitarristici tipici delle migliori scuole progressive death.
Nel complesso questo "The
Anatomy Of Melancholy"
convince, convince e appassiona; probabilmente più con il primo capitolo
che con il secondo, soprattutto per chi è maggiormente abituato a
sonorità aggressive e mal digerisce un sound eccessivamente orientato al
rock folclorico e progressivo. In ogni caso un disco riuscito, da
apprezzare con calma, intelligenza e spirito libero, un album da
gustarsi nel buio della propria stanza, con gli occhi chiusi e lo
spirito pronto a viaggiare nel plumbeo universo dei My Silent Wake.
Luca Sileni |