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Mettete in un
tritatutto "Satellite" e "Payable On Death" dei P.O.D.,
unite "Start Something" dei Lostprophets, qualcosa dei
Creed, un tocco degli As I Lay Dying, un cantato che oscilla
fra una lamentela e un classico screamo metalcore, e la voglia di non
fare un brano che sia uno che possa essere accusato di essere
commerciale (ma purtroppo neppure comprensibile). Ecco, avete fra le
mani "Crave And Collapse" dei Narcissus. Se siete fan dei
Manowar o metallari con una mente non troppo aperta potete anche
evitare di leggere questa recensione su un Cd che probabilmente
fischiereste dalla finestra dopo cinque minuti. Fatta questa premessa
bisogna dire che i Narcissus si divertono a spiazzare
l'ascoltatore con una continua alternanza all'interno dei brani di parti
dilatate ed eteree ed altre più pesanti. Purtroppo per ottenere questo
effetto sacrificano notevolmente la piacevolezza dell'ascolto costruendo
pezzi che sembrano molto simili, forse anche troppo... Devo ammettere
che arrivata all'ottava canzone sono stata tentata dall'idea di mettermi
a fare una versione di latino, perché Seneca sarebbe stato più
interessante... (certo se avessi avuto voglia di fare greco sarebbe
stato anche peggio).
Quasi tutte le canzoni di "Crave And Collapse" seguono lo stesso
schema, con la parte della strofa posata su una base di chitarra
"meditativa" e con il ritornello condotto da uno screamo carino ma
sentito e risentito troppe volte in troppi altri gruppi. Ogni tanto le
chitarre diventano più pesanti e poi subito dopo ricadono nell'apatia.
Salire, scendere, salire, scendere... e su tutto questo una voce che
rischia di far venire il nervoso quando eccede nel lamentarsi. Uno dei
pezzi migliori è l'iniziale Division of the figureheads in
cui il cantante sembra in preda ad una crisi isterica e ad un attacco di
panico, e questo se non altro rende il pezzo interessante. Crave
and collapse ha un inizio cristallino e gentile, prosegue poi
nell'alternanza fra pesantezza e leggerezza come tutti gli altri pezzi
se non fosse per uno sfogo più melodico e comprensibile. Sounds of
silver ricorda molto da vicino i P.O.D., però riesce a
farsi apprezzare per la dolcezza. Pride/Politics è più
energica rispetto alla media, e per questo si fa notare positivamente. To
James si annuncia come un pezzo post grunge più deciso e se
avessero limitato la voce pulita quasi da orante il pezzo ne avrebbe
certo avuto giovamento. Indifference of living riesce a
rilassare dopo tutto quanto è stato combinato in precedenza, e anche il
finale con la campana che invita alla preghiera è decisamente azzeccato.
A chiudere il tutto Grey, 1'38'' di chitarra classica che
rispecchiano il titolo del brano. Ecco, questi sono i pezzi che secondo
me riescono a distinguersi maggiormente. Gli altri...be', un po' troppo
simili fra di loro, sono la mescolanza fra i gruppi citati in precedenza
seguendo le stesse percentuali, e la loro presenza non fa altro che
rendere l'album meno digeribile.
Per il resto: limitare la lunghezza dell'album scegliendo solo gli
episodi migliori non avrebbe certo procurato un danno, così come evitare
di inseguire l'originalità a tutti i costi, originalità che comunque è
limitata per la facilità con cui vengono richiamati alla mente altri
gruppi. L'idea di base non è certamente malvagia, ma la realizzazione
purtroppo non ne è all'altezza.
Sofia Agostini
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