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Anno di Grazia MMV: Divinefire, Audiovision e
Flagship; non sia mai che l'iperprolifico Christian Rivel stia
trascurando la sua principale creatura? Domanda legittima, i Narnia
erano infatti fermi dal buonissimo "The Great Fall" del 2003.
Ma ovviamente, conoscendo il nostro, così non è, ed eccoci servito appena sfornato un nuovo
prodotto dell'inarrestabile singer, "Enter The Gate".
Subito la curiosità spinge ad indagare se qualcosa sia cambiato dopo un quartetto di full-length di alto livello,
ma dalla fisionomia sempre ben delineata e facilmente intellegibile.
Effettivamente anche in "Enter The Gate" non ci sono
rivoluzioni copernicane, ma va detto che un certo mutamento
stilistico lo si nota. Non nelle liriche che restano sempre predicatorie e
dallo stile semplice ma diretto, come di consueto; non nella copertina
ove c'è
sempre il leone lewissiano Aslan, allegoria di Cristo, come di
consueto anche questo. Ciò che differisce dal solito è invece a
sorpresa una certa
variazione dello storico sound della band: da sempre neoclassicheggiante grazie alla superba chitarra malmsteeniana del
grandissimo Carljohan Grimmark stavolta tale afflato è relegato a
rade comparse in favore di soluzioni elettroniche col frequente
utilizzo di synth ed effetti chitarristici. Di ciò, a mio avviso,
l'intero lavoro ne risente: "Enter The Gate" è forse il
lavoro più "di classe" della discografia, ricco di echi eighties
e di ricercatezze,
manca forse però un po' di accattivante feeling nonché di quella unidirezionalità
che antecedentemente si era sempre riusciti a dare e che qui invece
scema e si disperde durante lo sviluppo, principalmente sul finale,
tanto che al termine dell'ascolto si rimane quasi imprigionati in un
certa sensazione di incompiutezza. L'album è comunque più che
buono, ciò va detto subito a scanso di equivoci. La componente heavy
si aggrava quanto a stralci di pesantezza; Rivel si mostra in stato
smagliante e si erge più aggressivo e roco che mai; buone sono
le soluzioni tastieristiche; il basso di Andreas Olsson e la
batteria di Andreas Johansson pur non protagonisti accompagnano
egregiamente lo sviluppo armonico dei pezzi. Però purtroppo a
risultare sottotono è proprio la chitarra di Grimmark, il quale
probabilmente ha risentito dell'autoimporsi una mutazione stilistica
non scevra quindi per lui di conseguenze. L'opener è
Into this game, riffoni rocciosi e synth preparano la
scenografia al refrain powereggiante, ma la traccia nonostante
un'impennata finale non decolla. Segue tuttavia una delle perle
dell'album, People of the bloodred cross: sound
epicheggiante e cavalcate power che lasciano, alternandosi, il campo
a partiture heavy con un Rivel focoso e graffiante. Tastiere
onnipresenti, buonissimo il lavoro di lead guitar e decisamente
catchy il chorus che si divide tra la voce di Rivel ed una sapiente
ed indovinata polifonia. Molto buona, anche se meno d'impatto, è la
terza Another world, lenta e malinconica, quasi
atmosferica a tratti, più intensa in altri: le tastiere sono anche
sinfoniche, l'assolo nostalgico. Il finale è un'intensa
cavalcata di mero power con un Rivel sugli scudi che chiude, udite
udite, con un mezzo screaming (per la prima volta in carriera
credo). Show all the world è estremamente ruffiana: il
refrain stratovariussiano difficilmente smetterà in breve tempo di
riecheggiarvi nella mente, così come le sonorità eigthies finali
faticheranno a non mostrarvisi in bella vetrina. Al contempo cupa,
aggressiva ed emozionante è l'altra perla del Cd, la sintetica title-track Enter the gate,
dove finalmente l'assolo riprende la matrice neoclassica, e si
sente! A metà disco inizia
però a emergere qualche stento: Take me home parte dolce e
sognate, è la ballad, lenta e triste, ma non riesce a catturare.
This is my life presenta un bel refrain polifonico che però
stride in parte con l'asprezza del songwriting, anche ruvido e massiccio.
Aiming higher riprende le cadenze dell'heavy
tastieristico di "The Great Fall", buono il cantato soffuso
di Rivel ed il chorus '80, notevole anche la melanconia del solo
finale che tra l'altro fraseggia col coro. 8:38 dura la conclusiva The
man from Nazareth, poderosa e strutturata, atmosferica ed
avvolgente, con effetti chitarristici, pianoforte e dolci polifonie:
esecuzione ineccepibile ma non esalta come le suite finali
dei precedenti due album
Siamo sempre ai piani alti volendo collocare in una piramidale
metafora musicale questo lavoro, ma non ci troviamo però dinanzi al
migliore episodio della discografia del sodalizio svedese, quando
invece il bagaglio tecnico e di esperienza accumulato di recente
consentiva appieno di ipotizzare in questa direzione. I tanti impegni di Rivel hanno forse penalizzato la
composizione del nuovo Narnia? Non direttamente credo: l'ormai
leggendario vocalist è egregio anche - e forse più che mai - qui, ma
probabilmente desiderando abbandonare la vecchia via con l'intento
di esplorarne una nuova sono stati troppo affrettati i tempi
della meditazione sulla decisione; è comunque certo si sia sempre in tempo
per tornare indietro, fermarsi a quel fatidico bivio e
valutare stavolta con più calma quale sia la più adeguata strada da
percorrere. Senza sottovalutare peraltro la possibilità che quella
che era stata scelta sia proprio quella buona. Vaake |