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Narnia
 
 

 

NARNIA
Enter The Gate
heavy
2006 - Massacre Records
(Svezia)
www.myspace.com/narniaofficial

 

Anno di Grazia MMV: Divinefire, Audiovision e Flagship; non sia mai che l'iperprolifico Christian Rivel stia trascurando la sua principale creatura? Domanda legittima, i Narnia erano infatti fermi dal buonissimo "The Great Fall" del 2003. Ma ovviamente, conoscendo il nostro, così non è, ed eccoci servito appena sfornato un nuovo prodotto dell'inarrestabile singer, "Enter The Gate". Subito la curiosità spinge ad indagare se qualcosa sia cambiato dopo un quartetto di full-length di alto livello, ma dalla fisionomia sempre ben delineata e facilmente intellegibile. Effettivamente anche in "Enter The Gate" non ci sono rivoluzioni copernicane, ma va detto che un certo mutamento stilistico lo si nota. Non nelle liriche che restano sempre predicatorie e dallo stile semplice ma diretto, come di consueto; non nella copertina ove c'è sempre il leone lewissiano Aslan, allegoria di Cristo, come di consueto anche questo. Ciò che differisce dal solito è invece a sorpresa una certa variazione dello storico sound della band: da sempre neoclassicheggiante grazie alla superba chitarra malmsteeniana del grandissimo Carljohan Grimmark stavolta tale afflato è relegato a rade comparse in favore di soluzioni elettroniche col frequente utilizzo di synth ed effetti chitarristici. Di ciò, a mio avviso, l'intero lavoro ne risente: "Enter The Gate" è forse il lavoro più "di classe" della discografia, ricco di echi eighties e di ricercatezze, manca forse però un po' di accattivante feeling nonché di quella unidirezionalità che antecedentemente si era sempre riusciti a dare e che qui invece scema e si disperde durante lo sviluppo, principalmente sul finale, tanto che al termine dell'ascolto si rimane quasi imprigionati in un certa sensazione di incompiutezza.

L'album è comunque più che buono, ciò va detto subito a scanso di equivoci. La componente heavy si aggrava quanto a stralci di pesantezza; Rivel si mostra in stato smagliante e si erge più aggressivo e roco che mai; buone sono le soluzioni tastieristiche; il basso di Andreas Olsson e la batteria di Andreas Johansson pur non protagonisti accompagnano egregiamente lo sviluppo armonico dei pezzi. Però purtroppo a risultare sottotono è proprio la chitarra di Grimmark, il quale probabilmente ha risentito dell'autoimporsi una mutazione stilistica non scevra quindi per lui di conseguenze. L'opener è Into this game, riffoni rocciosi e synth preparano la scenografia al refrain powereggiante, ma la traccia nonostante un'impennata finale non decolla. Segue tuttavia una delle perle dell'album, People of the bloodred cross: sound epicheggiante e cavalcate power che lasciano, alternandosi, il campo a partiture heavy con un Rivel focoso e graffiante. Tastiere onnipresenti, buonissimo il lavoro di lead guitar e decisamente catchy il chorus che si divide tra la voce di Rivel ed una sapiente ed indovinata polifonia. Molto buona, anche se meno d'impatto, è la terza Another world, lenta e malinconica, quasi atmosferica a tratti, più intensa in altri: le tastiere sono anche sinfoniche, l'assolo nostalgico. Il finale è un'intensa cavalcata di mero power con un Rivel sugli scudi che chiude, udite udite, con un mezzo screaming (per la prima volta in carriera credo). Show all the world è estremamente ruffiana: il refrain stratovariussiano difficilmente smetterà in breve tempo di riecheggiarvi nella mente, così come le sonorità eigthies finali faticheranno a non mostrarvisi in bella vetrina. Al contempo cupa, aggressiva ed emozionante è l'altra perla del Cd, la sintetica title-track Enter the gate, dove finalmente l'assolo riprende la matrice neoclassica, e si sente! A metà disco inizia però a emergere qualche stento: Take me home parte dolce e sognate, è la ballad, lenta e triste, ma non riesce a catturare. This is my life presenta un bel refrain polifonico che però stride in parte con l'asprezza del songwriting, anche ruvido e massiccio. Aiming higher riprende le cadenze dell'heavy tastieristico di "The Great Fall", buono il cantato soffuso di Rivel ed il chorus '80, notevole anche la melanconia del solo finale che tra l'altro fraseggia col coro. 8:38 dura la conclusiva The man from Nazareth, poderosa e strutturata, atmosferica ed avvolgente, con effetti chitarristici, pianoforte e dolci polifonie: esecuzione ineccepibile ma non esalta come le suite finali dei precedenti due album

Siamo sempre ai piani alti volendo collocare in una piramidale metafora musicale questo lavoro, ma non ci troviamo però dinanzi al migliore episodio della discografia del sodalizio svedese, quando invece il bagaglio tecnico e di esperienza accumulato di recente consentiva appieno di ipotizzare in questa direzione. I tanti impegni di Rivel hanno forse penalizzato la composizione del nuovo Narnia? Non direttamente credo: l'ormai leggendario vocalist è egregio anche - e forse più che mai - qui, ma probabilmente desiderando abbandonare la vecchia via con l'intento di esplorarne una nuova sono stati troppo affrettati i tempi della meditazione sulla decisione; è comunque certo si sia sempre in tempo per tornare indietro, fermarsi a quel fatidico bivio e valutare stavolta con più calma quale sia la più adeguata strada da percorrere. Senza sottovalutare peraltro la possibilità che quella che era stata scelta sia proprio quella buona.

Vaake

VOTO

83

 

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