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La produzione musicale di Neal Morse dopo aver
lasciato gli Spock’s Beard sembra ormai inarrestabile. Tra
registrazioni live, realizzazione di due DVD e una lunga lista di
progetti esterni (dedicandosi anche al praise & worship), arriva
quest’anno un nuovo full-length, "Lifeline". La line-up è il
riconfermato trio composto appunto da Neal, l’instancabile batterista
Mike Portnoy (Dream Theater, Transatlantic, Liquid
Tension Experiment, tanto per citare le band più famose) e il
bassista Randy George, tutti nomi sicuramente di spicco nella scena
progressive.
"Lifeline" si apre subito con la title-track, più di tredici minuti,
che richiamano lo stile degli Spock’s Beard, con lunghissimi riff
di tastiera che danno origine a melodie e refrain orecchiabilissimi, di
quelli che ascoltati una volta vi torneranno in testa tutti i giorni.
Tra soli di tastiera e chitarra parte anche il cantato di Morse, sempre
molto caldo e piacevole. Alla conclusione di questa prima traccia si ha
già l’impressione che questo full-length sarà a dir poco eccellente, non
ci resta quindi che proseguire con l’ascolto delle successive. The
way home è la prima ballad, dolcissima e delicata, grazie al
largo uso della chitarra acustica. Gradevole, questo forse è il termine
esatto per questa canzone, fa piacere ascoltarla ma non vi colpirà
particolarmente. Discorso diverso per Leviathan, intro
cupo e ritmi schizofrenici, cambi improvvisi e imprevedibili di mood,
finale molto dreamtheateriano (esclusi gli ultimi 30 secondi), ne fanno
un brano da ascoltare e riascoltare per assaporare al meglio questa
folle, ma perfetta, struttura compositiva, e questa volta Neal tornerà a
sorprendervi. Sulla falsa riga di The way home. Troviamo
quindi God’s love, seconda ballad in acustico, ma più
convincente, a mio avviso, della precedente, con una migliore
interpretazione vocale di Neal. Giunto a questo punto dell’album, la mia
previsione espressa all’inizio non viene del tutto confermata. E’ vero,
finora "Lifeline" è davvero buono, ma non è sempre costante:
affianco a trovate geniali, ci sono anche momenti in cui il livello
scende, soprattutto con la monotona e quasi scialba Children of
the chosen. Ma il full-length è ancora lungo, mancano
all’appello la sesta traccia (una suite di quasi mezz'ora) e poi il
brano conclusivo.
Andiamo allora con ordine. Sesta traccia: So many roads,
suite divisa in sei parti (So many roads, Star for a day, The humdrum
life, All the way to the grave, The eyes of the Savior, So many roads
reprise).
Nonostante la lunghezza, il brano è molto piacevole da ascoltare, mai
scontato, e perciò non annoia. I sei movimenti sono collegati tra di
loro in modo eccellente da ottimi bridge, senza stacchi improvvisi o
confusionari. Non è facile descrivere a parole un pezzo simile, tanto
estremamente vario (vengono proposti un po’ tutti gli stili che siamo
soliti ascoltare con Neal Morse), ma allo stesso tempo
strutturalmente perfetto, ricco di sentimento e gusto, che vanno ben
oltre al mero tecnicismo strumentale spesso criticato nel prog, e,
fidatevi di me, non resterete indifferenti dopo averlo ascoltato.
La conclusione del Cd è affidata a Fly high,
terza ballad, la migliore rispetto alle due precedenti, decisamente più
evocativa e ricchissima di pathos (ascoltate l’assolo di chitarra in
conclusione per capire cosa intendo). E’ inevitabile che si rimanga
sempre un po’ scossi, se non a bocca aperta, quando si finisce di
ascoltare un album di Neal Morse, e anche per "Lifeline" è
così. D’altronde c’era da aspettarselo, fin dalla prima canzone si
poteva intendere il livello dell’intero lavoro. A parte qualche lieve
calo (nessuno è perfetto), il livello è quasi sempre eccellente.
Confermata ancora una volta la professionalità e la bravura di Mr.
Morse, un nome una garanzia.
Daniele Fulgino |