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Continua lo stato
di grazia compositiva per Mr. Neal Morse che sforna così il terzo album
studio dopo esser stato colpito da una forte vocazione religiosa,
manifestatasi prima con "Testimony", poi con "One" ed ora
confermata da questo album dall’enigmatico titolo, "?", o se
preferite "[Question Mark]". La vena creativa
di questo grandissimo compositore ed interprete è dunque in grande spolvero e
si riflette in maniera cristallina per tutti i sognanti 56 minuti del
disco, divisi in maniera convenzionale in 12 parti da
considerarsi però come un’unica e superba traccia che si snoda più volte
su se stessa, caricandosi di una contagiosa carica di energia e
raggiungendo in più di un momento intensi picchi emozionali. Dietro al
filo che la lega indissolubilmente c’è un concept sul Tabernacolo,
inteso come dimora di Dio, e su come l’uomo si avvicini alla fede
cercando di coglierne tutti i suoi misteri, intraprendendo un percorso
non sempre privo di ostacoli, sia dal punto di vista spirituale che
materiale, per conquistarla pienamente.
Morse si occupa
interamente della parte compositiva e, diversamente dagli altri album,
di tutte le linee vocali, avvalendosi però dell’aiuto di nomi più che
altisonanti: dai Dream Theater Mike Portnoy e Jordan Rudess,
Randy Gorge degli Ajalon al basso, Roine Stolt ex
Transatlantic e membro dei Flower Kings, suo fratello Alan
Morse degli Spock’s Beard e "the last but no the least" Steve
Hackett dei Genesis, a cui si aggiungono diversi validi musicisti
e coristi classici. E già dando una rapida letta alla line up potremmo
comprare l’album a scatola chiusa: le nostre aspettative non verrebbero
assolutamente deluse da quel che risulterà essere un album prog sopra le
righe, brillante e spumeggiante, da ascoltare più e più volte per
cogliere sempre nuove sfumature che vi lasceranno ogni volta a bocca
aperta e con il cuore in subbuglio. Le influenze di alcuni gruppi
sopraccitati sono inevitabilmente presenti ma non così ingombranti da
intaccare la genuinità di questo lavoro da un sound ricercato e
raffinato, dalla elevata complessità negli arrangiamenti ma eseguito in
maniera impeccabile da tutta la compagine su cui però svetta il
nostro Neal: eclettico polistrumentista, grandissimo interprete e
sicuramente uno dei più validi compositori degli ultimi anni.
Il rumore del
vento e alcuni bisbigli ci avviano alla ricerca del tempio del Dio
vivente introdotta da un intro pianistico e seguita dalle parole "And then after all, with or backs against the wall / We seek the
temple of the living God / And outside the gate the cripples sit and wait
to see the temple of the living God / To see the temple of the living God";
il sound si impreziosisce di atmosfere pinkfloidiane, entrano le due
chitarre, l’acustica e l’elettrica con un flauto ad accompagnare, sale
la tensione, fanno il loro ingresso i sassofoni e la ritmica si fa
vieppiù potente fino a ritornare a quel refrain che sarà il motivo
portante di tutto il disco. Nonostante il filo che le unisca, le parti
sono di un’incredibile varietà e sprizzano energia da tutte le note: da
sottolineare gli improvvisi cambi di velocità, i tempi sempre sostenuti,
i virtuosismi di chitarra ma anche i veloci assoli tastieristici del
solito grandissimo Rudess in In the fire, in cui impera
anche un gran basso e che rappresenta il momento più pesante e tirato
del disco insieme a Solid as the sun in cui il sax
padroneggia; l’utilizzo del synth in Sweet elation in cui
c’è un bel duetto Morse-Rudess, i flauti e le campane in The
outsider, i maestosi ed epici arrangiamenti orchestrali in
The glory of Lord, fraseggi fusion nella prima parte di
12, l’emozionante ballad Outside looking in. Un
vero delirio in cui ce n’è davvero per tutti e che sorprenderà sempre
più.
Il
viaggio alla scoperta di Dio continua con l’intensa Entrance
fino a raggiungere l’apice emozionale con Inside His presence,
che inizia con voce-piano in un crescendo di pathos su queste parole da
assaporare lentamente e far proprie: "The temple of His throne / Is now
not made with stone / Your very heart is Him throne / He'll come and live if
you only give / In a place inside that the world can't find / And the holy
place is now face to face in Christ / When He died it was more, the temple
walls were torn / And God's spirit poured out to all the ones without / Now
the temple of the living God is you". Il tempio di Dio è
da ricercare esclusivamente dentro di noi; il nostro viaggio spirituale
è concluso, e trattenendo il fiato dopo aver ascoltato questo maestoso finale
mi viene in mente solo una parola per descrivere l’intero disco:
magistrale.
Ilaria Ricci
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