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NEAL MORSE
Sola Scriptura
prog
2007 - InsideOut Records / Audioglobe
(USA)
www.myspace.com/nealmorse

 

Monaco agostiniano scrupolosissimo, baccellierato in teologia, Lutero visse in modo tanto drammatico la caducità del peccato da iniziare a disperare l'uomo potesse salvarsi grazie ai propri atti meritevoli. Capitò un giorno, mentre insegnava a Wittenberg, che in riflessione sulla torre dell'università in uno stato d'animo di piena deriva depressiva, lesse e riflettè profondamente un passo paolino di quella Lettera ai Romani che stava spiegando ai suoi studenti: "il giusto vivrà per fede". Non le buone opere di chi ha fede quindi salvano, pensò, tali opere sono conseguenza dell'aver fede: e chi ha fede sarà salvato da Dio, indipendentemente da ciò che farà in terra, ove non si può non peccare. Illuminazione folgorante, forse tanto quanto il lampo che in gioventù lo spinse al voto di farsi religioso, illuminazione che lo portò ad opporsi in modo drastico all'indulgenza plenaria per mezzo di donazione, stabilita da papa Leone X per sovvenzionare la costruzione della basilica vaticana: dato che le opere non servono alla salvezza è vana ed ingannatrice tale pratica; affisse così le celebri 95 tesi contro la dottrina delle indulgenze, bruciò la bolla di richiamo e di anatema del pontefice romano, giunse a massimalizzare le formulazioni agostiniane della predestinazione, rinnegò tutta la dottrina cattolica e stabilì una nuova "regula fidei": tradizione e magistero non hanno valore, l'unica verità teologica è nella lettura delle Scritture illuminata dalla Spirito: "sola scriptura" quindi. Avvenne così la scissione definitiva della chiesa occidentale, Lutero fu scomunicato quale padre di tutti gli eretici dalla cattolicità, considerato invece liberatore dal giogo del regno dell'Anticristo (il papa) ed innalzato quale eroe della riscoperta verità divina detenuta dalla chiesa primigenia dal nascente protestantesimo, a cui il nostro Neal Morse nella sua band-project fa capo, descrivendo ed apprezzando in questo concept Martin Lutero in tutto quel percorso interiore che lo spinse alla più sconvolgente e traumatica decisione della storia cristiana.

Quattro tracce, di cui tre lunghissime suite di prog rock per ben 76 minuti di superlativi arrangiamenti e maestrie tecniche ad opera del nostro singer Neal anche alla sei corde ritmica ed alla tastiera, accompagnato da un chirurgico Randy George al basso, dal super guest ex Mr.Big Paul Gilbert, axeman dalle doti compositive ed esecutive esoteriche, e nientemeno, ancora una volta, dal miglior batterista che il rock/metal abbia mai partorito, a percuotere sempre in modo misterioso quel kit di pelli e piatti: parliamo ovviamente del Dream Theater Mike Portnoy. Line-up di all star, il prodotto generato è strumentalmente perfetto, e forse oltre, ma stavolta a deludere a sorpresa è proprio la prova canora di Neal: sempre troppo controllato, quasi spento, mai si infiamma di fronte a cotanto splendore, anzi forse da esso confuso, non gli riesce alcuna melodia che scolpisce: niente di catchy, ma neanche di ruffiano, niente di travolgente quanto a calore emozionale; è dunque qui che vedo il limite di un lavoro altrimenti collocabile sulla vetta di qualsivoglia olimpo. Meno sinfonia e più psichedelia in questo "Sola Scriptura" rispetto ai venerabili predecessori, l'open track è The door, quasi mezz'ora di composizioni estasianti per ispirazione, fluidità ed esecuzione tra psichedelie, sfuriate prog metal, distese acustiche, vallate sonore minimali, mid-tempo orfici, inquietudini, melodie, aperture filo-misticheggianti, partiture solistiche di ogni genere, insomma, c'è di tutto in questo marasma saviamente ordinato da musicisti dalle evidenti capacità superiori. E' molto prog metal nell'ampia fase iniziale The conflict, poi un innesto di solenni coralità gregoriane e di lì prende il sopravvento l'acustica che si apre ad atmosfere ritmiche jazz-fusion ma anche latineggianti: tuttavia il mood complessivo di quest'altra interminabile composizione non convince appieno. Eccoci alla canzone "breve" (6 minuti): Heaven in my heart è intensa semiballad, carezzevole ma anche straziata, un lentone symphonic-oriented dal retrogusto agrodolce, comunque trascinante. Giungiamo, al suo spegnersi, alla finale The conclusion, dove il prog rock torna a sperimentare a pieno regime, dove i chorus vengono armonizzati da sinfonie, dove il drumming è esaltato e il sound carico di pathos, dove compaiono anche i claps, dove una vena dark si insinua tra i rilassamenti melodici, dove le testiere sono quasi epiche, dove la lead fila ciò che vuole a quantità e qualità fuori scala.

Album che può risultare controverso quanto il personaggio narrato: a mio avviso è un disco fantastico ma un capolavoro solo sfiorato. Per il futuro attendiamo Neal Morse ad una migliore prova al microfono, confidando in un comparabile lavoro strumentale, e sperando in un concept altrettanto interessante. Dimenticavo: ovviamente fate vostro questo disco!

Vaake

VOTO

88

 

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