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Monaco agostiniano scrupolosissimo, baccellierato
in teologia, Lutero visse in modo tanto drammatico la caducità del
peccato da iniziare a disperare l'uomo potesse salvarsi grazie ai propri
atti meritevoli. Capitò un giorno, mentre insegnava a Wittenberg, che in
riflessione sulla torre dell'università in uno stato d'animo di piena
deriva depressiva, lesse e riflettè profondamente un passo paolino di
quella Lettera ai Romani che stava spiegando ai suoi studenti: "il
giusto vivrà per fede". Non le buone opere di chi ha fede quindi
salvano, pensò, tali opere sono conseguenza dell'aver fede: e chi ha
fede sarà salvato da Dio, indipendentemente da ciò che farà in terra,
ove non si può non peccare. Illuminazione folgorante, forse tanto quanto
il lampo che in gioventù lo spinse al voto di farsi religioso,
illuminazione che lo portò ad opporsi in modo drastico all'indulgenza
plenaria per mezzo di donazione, stabilita da papa Leone X per
sovvenzionare la costruzione della basilica vaticana: dato che le opere
non servono alla salvezza è vana ed ingannatrice tale pratica; affisse
così le celebri 95 tesi contro la dottrina delle indulgenze, bruciò la
bolla di richiamo e di anatema del pontefice romano, giunse a
massimalizzare le formulazioni agostiniane della predestinazione,
rinnegò tutta la dottrina cattolica e stabilì una nuova "regula fidei":
tradizione e magistero non hanno valore, l'unica verità teologica è
nella lettura delle Scritture illuminata dalla Spirito: "sola scriptura"
quindi. Avvenne così la scissione definitiva della chiesa occidentale,
Lutero fu scomunicato quale padre di tutti gli eretici dalla
cattolicità, considerato invece liberatore dal giogo del regno
dell'Anticristo (il papa) ed innalzato quale eroe della riscoperta
verità divina detenuta dalla chiesa primigenia dal nascente
protestantesimo, a cui il nostro Neal Morse nella sua band-project fa
capo, descrivendo ed apprezzando in questo concept Martin Lutero in
tutto quel percorso interiore che lo spinse alla più sconvolgente e
traumatica decisione della storia cristiana.
Quattro tracce, di cui tre lunghissime suite di
prog rock per ben 76 minuti di superlativi arrangiamenti e maestrie
tecniche ad opera del nostro singer Neal anche alla sei corde ritmica ed
alla tastiera, accompagnato da un chirurgico Randy George al basso, dal
super guest ex Mr.Big Paul Gilbert, axeman dalle doti compositive
ed esecutive esoteriche, e nientemeno, ancora una volta, dal miglior
batterista che il rock/metal abbia mai partorito, a percuotere sempre in
modo misterioso quel kit di pelli e piatti: parliamo ovviamente del
Dream Theater Mike Portnoy. Line-up di all star, il prodotto
generato è strumentalmente perfetto, e forse oltre, ma stavolta a
deludere a sorpresa è proprio la prova canora di Neal: sempre troppo
controllato, quasi spento, mai si infiamma di fronte a cotanto
splendore, anzi forse da esso confuso, non gli riesce alcuna melodia che
scolpisce: niente di catchy, ma neanche di ruffiano, niente di
travolgente quanto a calore emozionale; è dunque qui che vedo il limite
di un lavoro altrimenti collocabile sulla vetta di qualsivoglia olimpo.
Meno sinfonia e più psichedelia in questo "Sola Scriptura"
rispetto ai venerabili predecessori, l'open track è The door,
quasi mezz'ora di composizioni estasianti per ispirazione, fluidità ed
esecuzione tra psichedelie, sfuriate prog metal, distese acustiche,
vallate sonore minimali, mid-tempo orfici, inquietudini, melodie,
aperture filo-misticheggianti, partiture solistiche di ogni genere,
insomma, c'è di tutto in questo marasma saviamente ordinato da musicisti
dalle evidenti capacità superiori. E' molto prog metal nell'ampia fase
iniziale The conflict, poi un innesto di solenni coralità
gregoriane e di lì prende il sopravvento l'acustica che si apre ad
atmosfere ritmiche jazz-fusion ma anche latineggianti: tuttavia il mood
complessivo di quest'altra interminabile composizione non convince
appieno. Eccoci alla canzone "breve" (6 minuti): Heaven in my
heart è intensa semiballad, carezzevole ma anche straziata, un
lentone symphonic-oriented dal retrogusto agrodolce, comunque
trascinante. Giungiamo, al suo spegnersi, alla finale The
conclusion, dove il prog rock torna a sperimentare a pieno
regime, dove i chorus vengono armonizzati da sinfonie, dove il drumming
è esaltato e il sound carico di pathos, dove compaiono anche i claps,
dove una vena dark si insinua tra i rilassamenti melodici, dove le
testiere sono quasi epiche, dove la lead fila ciò che vuole a quantità e
qualità fuori scala.
Album che può risultare controverso quanto il
personaggio narrato: a mio avviso è un disco fantastico ma un capolavoro
solo sfiorato. Per il futuro attendiamo Neal Morse ad una migliore prova
al microfono, confidando in un comparabile lavoro strumentale, e
sperando in un concept altrettanto interessante. Dimenticavo: ovviamente
fate vostro questo disco!
Vaake
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