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NOMAD SON
The Eternal Return
 
INTERVISTA
3/3/2009
 
 

 

NOMAD SON
First Light
doom
2008 - Metal On Metal Records
(Malta)
www.myspace.com/nomadsonmalta

 

La piccola repubblica-arcipelago di Malta sfoggia una scena metal sorprendentemente attiva, circa una quarantina sono infatti i moniker dai vessilli biancorossi, alcuni di livello assoluto come il brutal act Beheaded o quello melodic black Martyrium, per non parlare poi dei celebri doomsters Forsaken. E proprio il doom sembra essere uno dei generi prediletti dai metal heads isolani: Anhedonia, Weeping Silence, Oblique Visions oltre ai citati maestri Forsaken, ed ora alla lista si aggiunge un nuovo nome all'esordio con un full-length egregiamente prodotto, i Nomad Son, la cui line up attinge a piene mani dalla stoner band dei Frenzy Mono, con l'aggiunta dell'esperto bassista Albert Bell (Forsaken) che contribuisce in maniera decisiva a plasmare il sound degli altri quattro componenti verso un possente doom classico in stile Candlemass, Saint Vitus e primi Trouble.

Quarantacinque minuti ripartiti in otto - sovente lunghe - tracce dalla produzione stentorea e massiva, per uno slow sound dalla spartana sezione ritmica, dove gli orpelli non sono graditi (la tastiera svolge un ruolo relegato spesso e volentieri a comparsa), ma dove non si disdegnano arrangiamenti più intricati, dove ricca è la sezione solistica e piuttosto ricercate sono le soluzioni vocali del singer Jordan Cutajar. Ottima è l'opener in down-tempo candlemassiano Forever twilight, una liturgica processione innervosita dalle asprezze e dagli acuti del bravo vocalist e dai taglienti solos che anticipano un finale a sfumare dal metronomo decisamente più vivace. La docile linea di basso di Albert Bell accompagna, in Shallow grave, un ossessivo clean riff generando un plumbeo ambient sul quale irrompe una sentenziosa ritmica dalla keys psichedelica; evoluzione simile per il successivo episodio, Seven notes in black, che tuttavia un break di basso seguito da complessi fill conducono a lidi epici in mid-tempo, melodici nell'assolo. Cupa e minimale, Delirium è una instrumental dark ambient che avrebbe anche potuto essere inserita - strizzata - come intro, a cui succede At the thresholds of consciousness, che alterna tempi medi, cadenzati prepotenti e tappeti tastierosi. Elegiaca, arabeggiante, ieratica, in The wraith una backing vocal melodica fa da eco alla caustica timbrica di Cutajar, prima dell'irrompere di pure partiture progressive incastonate di melodie e di solos percussionistici e chitarristici. Doom asfittico ed heavy melodico per Empyrean fade, il crepuscolo dell'album, The light at the end, è una sognante distesa minimale dal cantato stavolta leggiadro e dai reiterati afflati jazzistici.

"First Light" è un sontuoso affresco dall'attitudine "in your face" del doom classico più apocalittico, le liriche composte da Bell abbracciano cupe tematiche escatologiche, in cui la chiave di volta è lo sforzo del crush evil perché la fine degli oscuri tempi di apostasia e trono del mendace sarà l'approdo eterno nella gloria della Luce (Reborn through deliverance / luminiscent in His glory / may your splendor glow / forever, eternally). Malta continua a forgiare perle, e stavolta - ancora una volta - a giovarsene è la scena doom metal cristiana, che con i Nomad Son acquisisce una nuova indubbia protagonista.

Vaake

VOTO

87

 

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