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La piccola repubblica-arcipelago di Malta sfoggia
una scena metal sorprendentemente attiva, circa una quarantina sono
infatti i moniker dai vessilli biancorossi, alcuni di livello assoluto
come il brutal act Beheaded o quello melodic black Martyrium,
per non parlare poi dei celebri doomsters Forsaken. E proprio il
doom sembra essere uno dei generi prediletti dai metal heads isolani:
Anhedonia, Weeping Silence, Oblique Visions oltre ai
citati maestri Forsaken, ed ora alla lista si aggiunge un nuovo
nome all'esordio con un full-length egregiamente prodotto, i Nomad
Son, la cui line up attinge a piene mani dalla stoner band dei
Frenzy Mono, con l'aggiunta dell'esperto bassista Albert Bell (Forsaken)
che contribuisce in maniera decisiva a plasmare il sound degli altri
quattro componenti verso un possente doom classico in stile
Candlemass, Saint Vitus e primi Trouble.
Quarantacinque minuti ripartiti in otto - sovente
lunghe - tracce dalla produzione stentorea e massiva, per uno slow sound
dalla spartana sezione ritmica, dove gli orpelli non sono graditi (la
tastiera svolge un ruolo relegato spesso e volentieri a comparsa), ma
dove non si disdegnano arrangiamenti più intricati, dove ricca è la
sezione solistica e piuttosto ricercate sono le soluzioni vocali del
singer Jordan Cutajar. Ottima è l'opener in down-tempo candlemassiano
Forever twilight, una liturgica processione innervosita dalle
asprezze e dagli acuti del bravo vocalist e dai taglienti solos che
anticipano un finale a sfumare dal metronomo decisamente più vivace. La
docile linea di basso di Albert Bell accompagna, in Shallow grave,
un ossessivo clean riff generando un plumbeo ambient sul quale irrompe
una sentenziosa ritmica dalla keys psichedelica; evoluzione simile per
il successivo episodio, Seven notes in black, che tuttavia
un break di basso seguito da complessi fill conducono a lidi epici in
mid-tempo, melodici nell'assolo. Cupa e minimale, Delirium
è una instrumental dark ambient che avrebbe anche potuto essere inserita
- strizzata - come intro, a cui succede At the thresholds of
consciousness, che alterna tempi medi, cadenzati prepotenti e
tappeti tastierosi. Elegiaca, arabeggiante, ieratica, in The
wraith una backing vocal melodica fa da eco alla caustica
timbrica di Cutajar, prima dell'irrompere di pure partiture progressive
incastonate di melodie e di solos percussionistici e chitarristici. Doom
asfittico ed heavy melodico per Empyrean fade, il
crepuscolo dell'album, The light at the end, è una
sognante distesa minimale dal cantato stavolta leggiadro e dai reiterati
afflati jazzistici.
"First Light" è un sontuoso affresco
dall'attitudine "in your face" del doom classico più apocalittico, le
liriche composte da Bell abbracciano cupe tematiche escatologiche, in
cui la chiave di volta è lo sforzo del crush evil perché la fine degli
oscuri tempi di apostasia e trono del mendace sarà l'approdo eterno
nella gloria della Luce (Reborn through deliverance / luminiscent in His
glory / may your splendor glow / forever, eternally). Malta continua a
forgiare perle, e stavolta - ancora una volta - a giovarsene è la scena
doom metal cristiana, che con i Nomad Son acquisisce una nuova
indubbia protagonista.
Vaake
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