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Debutto sulla
lunga distanza per i Norma Jean, che dopo un album sotto il
monicker di Luti-Kriss e uno split con il nuovo nome,
rilasciano questo Lp, che segnerà un momento di passaggio per la band
poiché dopo la sua registrazione ci sarà la defezione del vocalist Josh
Scogin ed alcuni avvicendamenti al basso. Oltre ai soliti titoli
lunghissimi e cervellotici la musica della formazione americana presenta
i consueti caratteri di caoticità a cui ci hanno abituato in altre
release, anche se nel nostro caso si rinvengono qua e là, seppur
seppelliti sotto palate di rumore, marcati influssi rock e mosh.
L’attacco
dell’opener The entire world is counting on me and they don’t even
know it è efficace e d’impatto, dissonante e scandito, ma già
dopo un minuto la canzone perde un po’ di tono, forse per l’utilizzo di
un riffing abbastanza minimale ed un’eccessiva enfasi su ritmi
ossessivi, il disco quindi si presenta già con i suoi alti e bassi. La
successiva Face:face presenta un buon lavoro di chitarre e
batterie, con una struttura molto più articolata con momenti quasi
groovy, riscattandosi sicuramente rispetto alla traccia precedente, ma è
la successiva Memphis will be laid to waste a dare una
spallata ad ogni dubbio, senz’altro una delle canzoni migliori del
platter, con i suoi breakdown spaccaossa ed una densa cupezza che
avvolge le melodie. Promossa anche la quarta Creating something to
destroy it, interessanti ancora i breakdown che ricordano certe
sonorità deathcore tanto in voga oggi, fra tutti ultimi Despised Icon
ed Emmure, peccato la coda finale di due minuti assolutamente
inutile, che sembra buttata là giusto per allungare il brodo, potete
tranquillamente skipparla. Giungiamo così a metà album e i NJ
propongono un pezzo che è l’incubo di qualunque recensore, Pretty
soon I don’t know what but something is going to happen
dura la bellezza di sedici minuti e bisogna aspettarne ben sei e mezzo
prima di udire le familiari urla di Scogin, di certo inserire nel bel
mezzo di un disco una composizione del genere è una scelta coraggiosa,
poiché in grado di distruggere completamente l’andamento trasmesso
all’ascoltatore, una canzone del genere si finisce per odiarla od
amarla, ammetto di appartenere al secondo gruppo. Il modo migliore per
descriverla è con una sola parola: nero; come se i nostri da una
tavolozza monocromatica stendessero su di una tela plettrata dopo
plettrata una spessa patina oscura, un non-colore, fino a ricoprirla
totalmente di una coltre, che neanche nel punto più piccolo vira ad
un’altra tonalità. Nella seconda parte del disco troviamo alcuni passi
falsi come The shotgun message e It was as if
the dead man stood upon the air, con buoni assalti straight in
your face, ma che non vengono sviluppati a sufficienza fermandosi
entrambe le tracce intorno al minuto e mezzo; un po’ fiacca invece
Sometimes it's our mistakes that make for the greatest ideas,
con partiture sognanti che però risultano solo noiose. Buona invece
I used to hate cell phones but now I hate car accidents, con
abbozzi di growl ben eseguito, così come in The human face, divine,
mentre un po’ troppo prolissa, nonostante gli spunti interessanti è la
finale Organized beyond recognition.
In definitiva un
album apprezzabile, con una band che presenta buoni stimoli ed un
lodevole spirito di osare, ma non credo si possa gridare al miracolo né
affermare che questo sia il miglior prodotto dei Norma Jean,
troppe volte i musicisti inciampano durante i 58 minuti, promossi senza
infamia e senza lode. Consigliato ai fan del genere e della band.
Daniel Djouder |