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Giunti con questo lavoro al terzo Lp, i Norma Jean sono a
presentarci il loro noise-postcore che amalgama influenze di band quali
Botch ed Isis e per l’occasione non si risparmiano
ingaggiando niente di meno che Ross Robinson al mixer, il quale svolge
il suo compito egregiamente conferendo al sound quel colore sbiadito e
quella compattezza granitica che ben si addice alla musica del quintetto
georgiano. Tratti caratteristici della loro proposta musicale sono
l’incedere sempre in bilico fra dissonanze e melodia, sposato ad
un’attitudine stoner-sludge nei passaggi cadenzati per un suono
Mastodontico, andando a condire il tutto con testi (e titoli)
contorti quanto le note con cui vanno ad intrecciarsi.
La descrizione delle canzoni non può che dare un’idea vaga per una serie
di ragioni: aspettatevi architetture complesse, il duo di chitarre Day/Henry
continuamente impegnato ad incesellare riff ora stridenti ora
martellanti, un basso sempre in primo piano e lo screaming esasperato di
Cory Brandan, che sembra quasi non aver bisogno di respirare, due corde
vocali invero di cuoio. L’opener A grand scene for a color film
dà un benvenuto straight-in-your-face all’ascoltatore mentre
nella successiva Blue prints for future homes incominciano
molto timidamente a far capolino aperture melodiche con accenni di clean
vocals. Arriviamo ad uno dei pezzi migliori dell’album con A small
spark vs a great forest che alza il piede
dall’acceleratore per lasciare spazio ad andamenti metallici ipnotici ed
arpeggi al limite dello psichedelico. Tutto da assaporare è il groove di
A temperamental widower, mentre altra highlight è
The end of all things will be televised, canzone varia con
continui cambi di tempo. Con Songs sound much sadder
abbiamo più cantato clean, The longest lasting statement è
invece molto cupa, mentre altra traccia da segnalare è Amnesty
please dove troviamo maggior spazio per la melodia. Like
swimming circles e Cemetery like a stage segnano
episodi con spunti interessanti, ma non sufficientemente sviluppati.
L’ottima produzione di Robinson si fa notare anche nell’ossessiva
No passengers: no parasite, la cui prima abbondante metà è
occupata da voci stratificate in clean e scream, e che segna la
conclusione del platter, una song però forse troppo penalizzata da un
testo a dir poco scarno e ripetitivo.
Certo un album di non facile ascolto, ma anche uno dei più accessibili
della categoria per orecchie non avvezze a queste sonorità, lavoro che
per di più ci mostra una band più matura e sapiente nella gestione del
caos sonoro, nonostante qualche sensibile pecca nella ripetizione di
alcuni passaggi. Consigliato a tutti coloro che vogliono avvicinarsi al
genere, dedicategli più di un ascolto, già al secondo tentativo vi
accorgerete di quante sfumature vi siano sfuggite al primo impatto.
Daniel Djouder |