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NORTHERN ASH
For Thine Is The Kingdom
 
 

 

NORTHERN ASH
The Age Of Irrationality
unblack
2008 - Sullen Records
(USA)
www.myspace.com/northash

 

Direttamente dagli Stati Uniti, i nostri Northern Ash si formarono nel 2007 e, immediatamente nell’anno successivo, sfornano il loro primo album "The Age Of Irrationality" senza anteporre ad esso nessuna demo. La band è formata da due artisti di tutto rispetto Felipe Diez (voce) e Todd Brandt (chitarre, basso, batteria); i nostri hanno alle spalle già un’elevata esperienza nel mondo del metal estremo, essendo già membri attivi di importanti christian band quali SorrowStorm, Ministros Del Santuario, Rehumanize, Encryptor. Sarebbe un grosso errore definire i Northern Ash come comune band unblack metal, loro sono molto di più: il loro modo di fare musica è estremamente creativo e originale; le sonorità composte sono l’armoniosa fusione dei tre maggiori generi estremi di metal, parliamo della lugubre austerità black metal, della fredda furia death metal ed infine della potenza devastante del thrash metal.

Addentriamoci nel loro album "The Age Of Irrationality" gustandone i particolari sonori e le intense atmosfere che il nostro duo americano ha così abilmente concepito. Partiamo subito alla carica con Those who fall away, implacabile e martellante, con riff affilati quanto rasoi, dai gorgoglianti scream/growl, si abbatte come una violentissima grandinata nei nostri poveri timpani non ancora abituati ad atmosfere di apocalittica devastazione e fermento spirituale. Stupendamente concepito è il successivo brano Messianic oversight, che fonde sonorità unblack/death/thrash in una letale carica contro le fila nemiche: riff pesanti quanto magli sembrano spezzare la corazza dei nemici, un olocausto si sta perpetrando ai danni del maligno, grazie all’inarrestabile furia della batteria che guida questa crociata e all’inesorabile furia sanguinaria delle chitarre; profondissimi scream/growl si abbattono come fulmini. Veniamo a The age of irrationality, dal sapore particolarmente unblack, si abbatte violenta come una tempesta divina, riff distensivi e prolungati seguono il ritmo veloce ed implacabile, abbastanza austera da far accapponare ogni fedele cristiano, profondi scream/growl intensificano quest’aura di penitenza e redenzione. Stupenda e terribile, con il suo intenso martellare è Sufre el justo: riff velocissimi seguono la coppia di scream/growl che impersonano una sorta di narratori, incredibile la loro intensità e lo struggimento d’animo con cui eseguono il brano. Intermezzo breve e molto tecnico con Realization of our inner need, va ad introdurre il successivo brano Give us this day, costituito della stessa matrice death/thrash metal, veloce e leggero scorre il ritmo, si libra audace e per mezzo di poderosi rullate coglie l’attimo per manifestare tutta la sua aggressività; particolarmente lenta e introversa la parte finale che va a spegnere ogni impeto attraverso candidi strimpellamenti di chitarra acustica. Recuperiamo il prodigioso furore con Chalice of wrath, pezzo veloce e martellante dal riff avvelenato, suggestivi voci baritonali si susseguono in una lugubre cantilena di morte mentre tutto sembra sbriciolarsi davanti ai nostri occhi. Inquietante e apocalittica è The great and terrible day of God, una scarica di riff velocissimi spazza via ogni calma terrena, batteria al vetriolo rulla con impaziente ferocia, apportando nel nostro stereo forti dosi di sana devastazione: siamo nel bel mezzo dell’Apocalisse, vorticosi growl si disperdono in nell’aere contaminato dalla furia degli angeli. Continua con Vital suffering quest’annientamento globale, queste laceranti melodie che strappano con poderosi riff artigliati grossi cumuli di banale quotidianità terrena, percussioni martellanti fanno da trampolino di lancio per una tormenta di taglienti scream.

In puro stile death/thrash metal ascoltiamo Remnant (Back to paradise), con sovrumana furia si scaglia percuotendo tutto ciò che incontra: riff veloci e decisi seguono rullate da capogiro, mentre ammorbati scream lasciano lo spazio a cori ancestrali, protagonisti di eterni scontri e rivalità. Ad un certo punto tutto tace per un po’, ma poi si manifesta la hidden track che scarica powereggiante death melodico mischiato a litri di adrenalina, che vanno inesorabilmente ad infiammare la sete di distruzione; assoli pirotecnici, growl cavernosi, un mix terribile molto ben orchestrato. I Northern Ash hanno fatto un ottimo lavoro, la loro innata capacità di mischiare i vari sottogeneri metal li fanno apparire già maturi al loro debut album, dall’altronde non essendo novellini, ma anzi veterani del metal estremo, era quasi scontato che dall’unione di due artisti tanto rilevanti non potesse che venire fuori un così bell'album.

Fabio Manna

VOTO

82

 

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