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Il gruppo in questione, gli Oh, Sleeper,
appartiene a uno dei più grandi filoni all'interno della scena white
metal, ovvero il metalcore. I nostri esordiscono nel 2006 con "The
Armored March" ed entrano nella potente Solid State Records, famosa
per trattare grandi nomi all'interno del christian metalcore come
Becoming The Archetype, Demon Hunter, Haste The Day,
Underoath, August Burns Red, ecc. A un anno da "The
Armored March" è la volta di "When I Am God", titolo molto
interessante, che sta a indicare come al giorno d'oggi molta gente si
rifiuti di credere nell'Unico Dio e nei suoi valori, e preferisca
tentare di "sostituirsi" imponendo alla società dei valori marci e
malati. Questa tematica è presente già nella prima traccia, Vices
like vipers, che, come si può intendere dal titolo, paragona i
vizi al morso di una vipera, pronta a colpire dove siamo più scoperti,
cioè al tallone (My heel's the meat to sink their teeth); ma noi abbiamo
ricevuto la Parola e di conseguenza siamo stati allertati a difendere i
nostri punti deboli (And under these toes from where we last spoke /
Your words laid so firm / But I did not shed that skin like You said).
Musicalmente questa track apre con un riff distorto e una voce in clean
filtrata che dopo pochi secondi lascia spazio al growl e a tutta la
potenza devastante delle due chitarre; sono presenti anche alcuni
stacchi swedecore anche se peccano di innovazione e danno l'impressione
di "già sentito", impressione che per fortuna scompare con i possenti
breakdown e nel refrain, un buon misto di screamo e swedecore.
I will welcome the reaping e We
are the archers aprono con riff post-metal, rapidissimi fill di
batteria grazie anche all'uso incessante del doppio pedale; il growl è
molto vario e ben fatto e non appiattisce mai il sound, mentre nei
refrain viene utilizzato il clean voice. Charlatan's host
è una richiesta di perdono dei peccati alla misericordia Divina (What
happens when I turn and run again? / And again, and again? / Oh my God,
I can be so defiant to some one / who's arms stretch to me / Don't give
up on me! Don't give up on me! / "I have forgiven you!"). The
siren song è più improntata verso un hardcore malinconico e
emotional, soprattutto nel refrain e nella seconda parte, cantata
completamente in clean. The color theft è una splendida
ballad cantata interamente in clean e suonata con l'acustica e
l'elettrica, rispettivamente nella prima e nella seconda parte, che
parla dello stato d'animo di un "guerriero" che si sente solo una
inutile pedina nelle mani di potenti (This body made for conquest, /
instead a pawn on a stage so worthless / I walk alone through the crowds
of past failed kings / Who's dreams are you killing? / And who's pockets
are you filling?). Passiamo a To flagship, una potente
canzone metalcore, che alterna riff core a stacchi thrash per quanto
riguarda la chitarra ritmica, mentre la solista segue sempre uno stile
post-metal; anche in queste lyrics molto poetiche è presente una
metafora, e cioè quella di un capitano di una nave che esorta il suo
equipaggio ad essere coraggioso e a non aver paura in nessuna situazione
(Every man who steps aboard / must face the fears and brave). Superato
questo punto il disco perde parecchio rispetto alla prima parte, in
quanto le canzoni che seguono To flagship (e cioè
His name was bishop e Building the nation)
sembrano troppo simili e finiscono per annoiare dopo qualche ascolto.
Chiudono la malinconica Revelations in the calm e
The end of a dark campaign.
Insomma, abbiamo tra le mani un disco interessante,
ma che purtroppo in molti casi pecca di innovazione, anche perché in non
poche occasioni capita di sentire in modo troppo palese l'influenza di
gruppi headliner per il metalcore, quali Haste The Day, August
Burns Red o Atreyu. Se si sorvola su queste pecche si può
riuscire a valorizzare un platter che di certo non è male. Possiamo solo
sperare in un miglioramento con le release future.
Francesco Pellegrino
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