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Primo ed ultimo disco per il quintetto ormai sciolto della
North Carolina, alfiere di un deathcore senza compromessi, epigono di
band quali gli ultimi Despised Icon e primi Emmure, che si
poneva in diretta concorrenza con i campioni cristiani del genere,
Impending Doom, non solo sul piano musicale, ma anche su quello
delle liriche che sono esplicitamente militanti. Si tratta purtroppo di
un disco che lascia, spiace dirlo, l’amaro in bocca di un’occasione
mancata, sia in considerazione dello scioglimento della band sia per
l’indiscutibile qualità dei singoli musicisti, la quale poteva lasciar
spazio a ben altre aspettative rispetto a quelle scarse soddisfatte con
la presente opera. Un primo appunto che è inevitabile fare è che quando
si decide di fare un disco che per i tre quarti è composto di breakdown
sono necessarie alcune condizioni: la prima è che buona parte di questi
non può essere il classico chug chug di power chords con corde a vuote,
la seconda è che paradossalmente bisogna essere molto più solidi nelle
proprie capacità compositive quando il metronomo va lentamente,
piuttosto che quando corre.
Nell’opener Thus it begins i nostri buttano
là un po’ tutto quello di cui sono capaci, chitarroni latranti, un
drumming svizzero nella sua puntualità, un arsenale invidiabile di
vocalizzi divisi con disinvoltura fra scream, growl e pig squeal,
accelerazioni tsunamiche per quanto brevi, nonché un’insospettabile vena
melodica ora vagamente emo ora misteriosa, che se ulteriormente
sviluppata poteva forse essere la carta vincente dell’act americano
nella ricerca di un sound distintivo. Di carne al fuoco ce n’è parecchia
quindi, tant’è che resta tutta ben cruda perché la sensazione finale che
si coglie è di un crogiuolo incoerente di parti disarticolate nella
confusione più assoluta, intendiamoci presi qua e là ci sono singoli
tronconi che presentano delle buone idee, ma l’assemblaggio è
tutt’affatto che felice. La storia non cambia in Message
for the futile, ma qui la concisione della traccia rende il caos
un po’ più accettabile, mentre passando a Hope for despair
abbiamo qualche melodia di chitarra che, per quanto poco sviluppata, in
qualche modo riesce a far emergere un po’ la canzone dalla mischia…
certo non prima di esser arrivati al secondo minuto della canzone!
Question of faith è una traccia discreta, dove l’attitudine
al cambio continuo viene imbrigliata in maniera più sapiente, sarebbe
stata una buona traccia se i ragazzi non avessero questa fissazione
nell’abuso dei breakdown che smorzano in maniera repentina le sensazioni
che il gruppo riesce giusto ad accennare, ma nulla più. Stesso discorso
per Of harlots and abominations e stavo quasi per pensare
che questo sia un disco che inizia male, ma finisce (un po’) meglio
quando inciampiamo su Words define you che presenta le
debolezze delle prime tracce. Almeno con la closer A past wanted
and buried ci mettiamo parzialmente una pezza, un altro pezzo
decente, ma nulla più.
Peccato, peccato veramente che tutta l’eredità lasciata da
questa band sia un Ep che risente di tutte le debolezze imputabili ad
una formazione giovane non ancora perfettamente affiatata, che per il
futuro sarebbe sicuramente potuta maturare.
Daniel Djouder |