|
Sono californiani i quattro metal heads che unitisi
sono andati a comporre il progetto Opus Majestic, fautore di un black metal
melodico inizialmente incentrato per lo più su tematiche fantasy:
presero forma così tra il 2002 ed il 2003 ben tre demo ed il full-length
"Temptation Of The Ring" che mutuava idee e vicende tolkieniane,
proponendole in una chiave di lettura morale. Di lì ci fu una piccola
svolta: il combo decise di essere più esplicito nella propria
testimonianza di fede cristiana dedicandosi così ad un semi-concept di
sole quattro tracce, ma per un'estensione che sfiora i cinquanta minuti,
vertente sulla decadenza umana, sulla salvezza divina, sul dolore di Dio: è appunto
"The Pain Of God".
Sinfonie tastieristiche introducono l'open track
Riding to ruin che subito definisce il sound dei Opus
Majestic: grandi atmosfere epic oriented all'interno di un gioco tra
down e mid-tempo, espresse in uno screaming caustico. Solo sul finale la
ritmica sale di colpi, ma brevemente, perchè ad avvinghiare l'astante
sono ora un mood decadente ed uno Strom che geme dietro al microfono.
Dopo quasi nove minuti giungiamo al nuovo episodio, A new sun
rises, che ne dura oltre undici. I distortissimi riff depressive
lasceranno presto il proscenio ad un black melodico abbastanza tirato
grazie al double bass del drummer Azure, il giro armonico che ne segue
non colpisce, ma introduce uno dei momenti cult del lavoro: tastiere
avvolgenti sono la scenografia sonora di un passionale intreccio tra
scream ed un coro femminile! La song prosegue con alternarsi di
aggressioni e rilassamenti, per chiudersi poi con un'epica sinfonia
generata dalle keys dell'anche bassista BlessedDark. Giriamo pagina e ci
aspettano i sedici minuti di Of fire and holy smoke;
ottimo l'inizio scandito da dark ambient sintetico e da narrazione in
screaming, le tastiere sinfoniche sono preludio di riffoni poderosi da
cui parte un black melodico lento e straziato, di grande appeal. In un
passaggio un po' brusco il tutto cessa all'improvviso e a sventrare il
silenzio rimangono fluttuazioni sintetiche: un sussurrato e proclami in
baritono consegnano la traccia al crepuscolo. La title-track The pain
of God è piazzata come capitolo di chiusa e si dimena tra doom
epicheggiante e melodie (anche se poco riuscite) black spinte: molto
azzeccato è lo stacco chitarristico enfatico creato da Ashenvale, doppia
cassa e proclami baritonali vanno a sfumare...e la clessidra si ferma
stavolta poco prima dei tredici minuti.
Lavoro seppur talentuoso piuttosto alterno, e forse
prolisso al limite del ripetitivo, ma alcune fasi entusiasmano e la
passione trasuda. A ciò aggiungete una produzione inattesa ed un
apprezzabilissimo screaming; ne viene un disco che almeno gli
unblackster non dovrebbero trascurare.
Vaake
|