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OPUS MAJESTIC
Five
 
 

 

OPUS MAJESTIC
The Pain Of God
unblack
2004 - Sword Of Fire Records
(USA)
www.myspace.com/opusmajestic

 

Sono californiani i quattro metal heads che unitisi sono andati a comporre il progetto Opus Majestic, fautore di un black metal melodico inizialmente incentrato per lo più su tematiche fantasy: presero forma così tra il 2002 ed il 2003 ben tre demo ed il full-length "Temptation Of The Ring" che mutuava idee e vicende tolkieniane, proponendole in una chiave di lettura morale. Di lì ci fu una piccola svolta: il combo decise di essere più esplicito nella propria testimonianza di fede cristiana dedicandosi così ad un semi-concept di sole quattro tracce, ma per un'estensione che sfiora i cinquanta minuti, vertente sulla decadenza umana, sulla salvezza divina, sul dolore di Dio: è appunto "The Pain Of God".

Sinfonie tastieristiche introducono l'open track Riding to ruin che subito definisce il sound dei Opus Majestic: grandi atmosfere epic oriented all'interno di un gioco tra down e mid-tempo, espresse in uno screaming caustico. Solo sul finale la ritmica sale di colpi, ma brevemente, perchè ad avvinghiare l'astante sono ora un mood decadente ed uno Strom che geme dietro al microfono. Dopo quasi nove minuti giungiamo al nuovo episodio, A new sun rises, che ne dura oltre undici. I distortissimi riff depressive lasceranno presto il proscenio ad un black melodico abbastanza tirato grazie al double bass del drummer Azure, il giro armonico che ne segue non colpisce, ma introduce uno dei momenti cult del lavoro: tastiere avvolgenti sono la scenografia sonora di un passionale intreccio tra scream ed un coro femminile! La song prosegue con alternarsi di aggressioni e rilassamenti, per chiudersi poi con un'epica sinfonia generata dalle keys dell'anche bassista BlessedDark. Giriamo pagina e ci aspettano i sedici minuti di Of fire and holy smoke; ottimo l'inizio scandito da dark ambient sintetico e da narrazione in screaming, le tastiere sinfoniche sono preludio di riffoni poderosi da cui parte un black melodico lento e straziato, di grande appeal. In un passaggio un po' brusco il tutto cessa all'improvviso e a sventrare il silenzio rimangono fluttuazioni sintetiche: un sussurrato e proclami in baritono consegnano la traccia al crepuscolo. La title-track The pain of God è piazzata come capitolo di chiusa e si dimena tra doom epicheggiante e melodie (anche se poco riuscite) black spinte: molto azzeccato è lo stacco chitarristico enfatico creato da Ashenvale, doppia cassa e proclami baritonali vanno a sfumare...e la clessidra si ferma stavolta poco prima dei tredici minuti.

Lavoro seppur talentuoso piuttosto alterno, e forse prolisso al limite del ripetitivo, ma alcune fasi entusiasmano e la passione trasuda. A ciò aggiungete una produzione inattesa ed un apprezzabilissimo screaming; ne viene un disco che almeno gli unblackster non dovrebbero trascurare.

Vaake

VOTO

76

 

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