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Sulla scia dei celeberrimi Angra ma anche su
quella dei cristiani Eterna ecco affacciarsi sul mercato un'altra
power band brasiliana, dallo stile inconfondibilmente (e
inevitabilmente) contaminato dal sound dei suddetti act: gli Oraculo,
quintetto al debutto assoluto che riesce a piazzare un full-length al
primo colpo. Due dati emergono immediati dall'ascolto del disco: i
nostri sudamericani sono notevolissimi musicisti, ma il prodotto
d'insieme è purtroppo deturpato dalla voce del singer Augusto Angelis
che, seppur volenteroso, è scevro da quella potenza, acutezza ed
estensione vocale che è ormai altissimo standard per le power band.
Questo vizio capitale a parte, il resto del lavoro è decisamente di
livello: la produzione non è affatto male, l'esecuzione strumentale
apprezzabile, il songwriting seppur derivativo ha in sé una forte
personalità, sovraccarico di partiture tastieristiche sinfoniche ma al
contempo possente, rabbioso e tecnico. Un particolare elogio va
indirizzato al pezzo da novanta del platter che risiede nel lavoro
chitarristico del bravo Paulo Marcio, capace sia di ritmiche ispirate,
che di esser guida di complessi break prog, nonché di splendidi e assoli
che ben risultano sinergici al pezzo.
Molto buoni sono gli arrangiamenti ed il tessuto
intrecciato dell'opener Birth, ma fin da subito le parti
vocali appaiono piatte, persino nel chorus polifonico solenne. Riffing
esplosivo e teatralità del sound colpiscono in Broken love,
mentre sono le partiture progressive e l'oscuro noir finale con sirene
ed elicotteri ad emergere in Party of pain. Il power più
canonico e stilemizzato si alterna con l'ottimo mood prog in stile
Fates Warning nella quarta e interessante Dsnger, ma
la perla dell'album è l'entrante Tears of sorrow: piano
marcatamente drammatico e a tratti minimale, voce più intensa che mai,
per quello che è un brano da brividi. Sontuosa, aggressiva e nostalgica
nel bel solo risulta Time to renounce, un gradevole mid
tempo Glorian Dei nella quale il buon Augusto Angelis
azzarda anche un acuto che neanche viene fuori malaccio. D'evidente
ispirazione Angra è il refrain della progressiva ed impetuosa
Workaholic. Giri acustici, note evocative e sentimentali, ma
poi protagoniste di Light in the world divengono la lead
guitar e le sinfonie tastieristiche generate dalle dita di Leandro
Leonello. Final track è la song che dà il titolo all'album, The
victory, oscura, pomposa, solenne, molto elaborata e varia, ma
tarpata come al solito dall'inadeguato vocals work.
"The Victory" è un debut interessante per
questa nuova white band, ma con ben delineati limiti: forte di una voce
all'altezza di tutto il resto probabilmente staremmo parlando ben più
che di un discreto disco il quale però cadrà presto nella dimenticanza
mnemonica dell'astante, soverchiato dal marasma di perfezione che è
oramai connotato marchiato a fuoco dell'attuale produzione power metal
mondiale.
Vaake
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