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"Orphan
Found"
viene definito un concept "sugli aspetti fisici e spirituali
dell’adozione". Tema delicato ma trattato da Shane Lankford,
frontman e cantante degli Orphan Project, con una grande
sensibilità, propria solo di chi ha personalmente vissuto questo
tipo di esperienza. Quel che dovrete aspettarvi sono quindi 60
minuti di emozioni, momenti densi, resi benissimo dal songwriting di
questo debut: un misto di prog, hard rock che non disdegna passaggi
heavy o addirittura sinfonici grazie all’utilizzo di violino e
clavicembalo. Il gruppo, che
nasce dall’incontro di Lankford con John Wenger (chitarra, tastiera
ma anche musica e arrangiamenti), dichiara apertamente la propria
fede in Dio, fede che traspare anche dalla lettura delle lyrics.
Queste parlano del bisogno di essere adottati, scelti tra tanti
altri in un freddo lettino, di essere poi accettati e di accettarsi,
di trovare la propria identità, il proprio padre, facendo una
profonda ricerca interiore e ponendosi molte domande. Ricerca
incessante questa che troverà la pace solo dopo aver trovato il vero
Padre, il Padre di tutti noi. Il buon album
in questione, dalle evidenti influenze di Dream Theater,
Kansas e dell’hard rock moderno, è musicalmente compatto,
lineare. Forse troppo però: dopo svariati ascolti si ha infatti
l’impressione che sia piuttosto monocorde. Buonissima comunque la
produzione (per essere un debut davvero complimenti!), ottima la
prova al microfono di Lankford dalla voce calda e malinconica, a
tratti davvero da pelle d’oca, bei cori, ottimi i guitar solos e gli
inserti tastieristici, anche se i momenti più toccanti sono quelli
in cui subentrano gli strumenti sinfonici.
L’album dal
sottotitolo "Coming Into View" è diviso in tre sezioni. Si
parte con Discovering new surroundings, esplosione di
prog e hard rock accompagnata da un’ottima tastiera, molto potente.
Non c’è che dire, il gruppo si presente bene già dall’inizio. Con la
ballata Chosen i ritmi rallentano, scanditi dai
trascinanti passaggi di chitarra acustica e di violino. Il refrain è
davvero catchy, la voce del singer ha una marcia in più. Emozione
assicurata. A seguire Full but lonely, caricata di
riff più aggressivi, che offre interessanti cambi di tempo, ma
niente più. Sul suo stesso piano anche Trickle down e
Parts as one, sicuramente dei piacevoli brani ma con
scarsa incisività. Si arriva così a quella che può essere
considerata senza ombra di dubbio il masterpiece del disco:
Leaving my seat at the table. Note di tastiera, conturbanti
giri di
violino, entra in scena anche la chitarra con un bel solo: la
tensione sale fino al grido di "Father, Father!", da pelle d’oca.
Atmosferica e malinconica grazie all’ottima parte strumentale. Segue
Encircling arms of the Father sicuramente più solare
nel sound, in cui l’inquieto cuore trova conforto nelle braccia di
Dio, per approdare poi all’altro gioiellino del disco, l’acustica
See what He sees, dalle atmosfere rese ancor più magiche
da violino e violoncello, presenti anche nella title-track
Orhpan found che parte subito con aggressivi riff per poi
volgere verso un orecchiabile e melodico refrain. É evidente come
questi strumenti sinfonici siano in grado di dare qualcosa in più.
Esattamente sullo stesso piano si colloca un’altra ballad,
Paupers unfulfilled. A chiudere questo viaggio denso
di un’alternanza di emozioni non poteva che essere l’intensa
Gazing down on golden streets, in cui finalmente il cuore
trova un po’ di pace, (Gazing into the eyes of peace / gazing into
the face of truth). Le onde del mare ci cullano serenamente
nell’ultimo brano, un outro di breve durata, Wonderous love.
Buon
debut che raggiunge in diverse occasioni picchi davvero alti. Ottima
colonna sonora per chi ha vissuto esperienze simili, "We are all
orphan until…", ma forse un po’ per tutti: siamo tutti degli orfani,
almeno fino a quando non spalanchiamo il cuore al nostro Padre più
grande.
Ilaria Ricci
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