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L’anno concluso ci ha regalato un’altra perla nel
mondo white, in particolare in quella prospera scena che è il
progressive. Gli Orphan Project continuano sulla fortunata scia
del precedente disco, mescolando insieme al prog, molto hard rock di
vecchio stile, che piacerà ai nostalgici di ogni generazione. Tutto
funziona in questo lavoro: la voce del frontman nonché creatore del
gruppo Shane Lankford è ruvida, passionale come non mai, i solos di
guitar passano da una ballad a un rock progressive con grande
disinvoltura, le pelli e il basso mantengono un ritmo estremo in alcuni
passaggi intervallati da grandi parti di piano e cori.
E proprio con una lunghissima intro si apre
Reach, piena di atmosfera molto "The Dark Side Of The Moon";
è un trionfo di archi e groove bass, a sostegno dell’intensa voce che
grida "Where’s my Savior now?"; song che resta molto per il suo refrain
catchy, un po’ come in tutti gli altri pezzi prodotti in questo
maestrale lavoro. Il pezzo successivo è uno di quelli tosti:
Angels desire, con il suo ritmo che si contorce tra sincopato,
dimezzato e molto altro, è una grande song arricchita da tanto synth,
nonché da uno spettacolare solo. Altra song “commerciale” nel suo ritmo
è Fallen, che si sviluppa su una linea di piano e chitarra
distorta e ricca di effetti; il songwriting di tutto l'album si incentra
sulla ricerca di Dio e della Sua fedeltà, sulla caducità umana e sulla
grandezza del Signore. Come nel disco precedente, anche in questo hanno
compiuto grandi prodezze di liriche. Brano inteso e molto hard rock è
To me, con tanto di tastiera Hammond; pare un pezzo
leggermente differente rispetto a tutto quello che si è ascoltato
finora. La prima ballad è One dark moment (providence),
intensa, orecchiabile, ricca di passione con un solo breve, ma
struggente. Si candida ad essere uno dei lavori migliori del
full-length. Le altre song che compongono questo disco si alternano tra
uno spirito hard rock come nel caso di My goodness, ai
richiami prog di vecchia e nuova stagione come in Head on your
platter, dai riff sporchi e aggressivi che si alternano a cori
più melodici; si passa per una seconda ma non toltale ballad,
Empty me, ricca forse in modo eccessivo di effetti da film di
fantascienza anni ’80.
Le ultime due song meritano un’attenzione
particolare: The battle rage on è un pezzo di una carica
sorprendente, che segna la grande prestazione di ogni elemento, persino
le tastiere simbolizzano il tutto con esemplari "acrobazie";
Spooning out the sea, la title track, è molto originale perché è
completamente diversa da tutto quello cha abbiamo ascoltato fino a
questo momento; si eleva verso le alte sponde del modern jazz; a metà
song per fortuna la chitarra ci riporta indietro, spolverando un solo
grintoso. Grande gruppo quello che abbiamo ascoltato insieme; peccato
però che a volte siano un po’ ripetiti in certi passaggi, ma vi posso
assicurare che vi farà piacere ascoltarli perché i ragazzi ci sanno
fare!
Roberta Cannone
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