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"Armoury Of God" è la quarta fatica degli
svizzeri P˙lon, guidati dal frontman Matt Brand (voce e chitarra)
e Jan Thomas (basso, chitarra acustica ed elementi noise) che vedono per
questo disco l'inserimento tra le fila del batterista Andrea J.C. Tinner,
elemento che nel settaggio generale del disco appare un pochino
soffocato a livello di volume, ma che svolge il suo compito in maniera
scolasticamente impeccabile. Va premesso che questo non è un disco
facile da assimilare o da capire nel suo insieme, abbiamo davanti undici
pezzi molto particolari che prima di tutto spiccano per la loro
prolissità, si ha una media di più di 7 minuti a canzone per un totale
di 66:45 minuti di album, e ciò se da una parte è giustificato dal
genere proposto, dall'altra tende ad appesantire un po' la consistenza
di parte dei brani; fautori di un doom metal classico adornato da
sonorità tendenti allo stoner e psichedelia, i P˙lon fanno del
loro meglio per concentrarsi sull'atmosfera e sulla creazione di suoni
ovattati e polverosi tipici del genere conditi talvolta da atmosfere
epiche organistiche.
Tra gli episodi che meritano menzione troviamo The worm within
forte dell'alternanza di un tempo "funeral" a ritmiche più veloci alla
Black Sabbath, poi In from the funeral fileds
spicca per la sua epicità alla Candlemass ed è sicuramente uno
dei brani più atmosferici del disco. Gravestar mantiene un
po' la linea del pezzo precedente ma vede l'inserimento di assoli
cacophonyci e giri psichedelici che potevano ripetersi forse un po'
meno; Hunter angels è sicuramente il pezzo più dinamico e
di impatto di tutto il disco, sorretto da una melodia cupa e da ritmiche
scandite ha il suo punto forte anche nella bellissima parte strumentale
all'interno del brano, che trova un ottimo contrasto con la rudezza del
pezzo. Per il resto notiamo tre strumentali; la ambient Cosmic
treasure, una ripresa della sovracitata The worm within
chiamata I lyki stin kardia mou e la conclusiva
Death is all around, dove giri sabbathiani si fondono ad assoli
psichedelici e dove il rumore noise della chitarra solista prende le
redini di tutta la situazione, creando quel tipo di atmosfera malata che
bene o male il gruppo cerca sempre, a volte più a volte meno, un po' in
tutti i pezzi. Abbiamo infine una cover di Somewhere in nowhere
dei Candlemass e altri brani mantenenti sempre le coordinate
stilistiche sovracitate.
Il cantato di Matt in molti episodi è efficace, ma
a volte dà l'idea di non metterci la dovuta convinzione cercando di
emulare troppo scolasticamente la scuola Ozzy, mentre invece
l'inserimento di fraseggini chitarristici che ricordano un po'
lontanamente il nostro conterraneo Ghigo Renzulli rompono talvolta la
monotonia dei riff granitici di chitarra e basso, e nel complesso
risolvono, sia pure con la loro lentezza, soluzioni altrimenti scarne e
monotone. Un disco questo, che per gli appassionati di doom può
rivelarsi una perla nascosta, ma che sicuramente necessita tempo e
numerosi ascolti per una comprensione artistica o comunque sia
un'inquadratura precisa e oggettiva; disponibile in digipack con una
copertina che per colore e stile ricorda quella di "Tales Of Creation"
dei Candlemass (appunto).
Francesco Romeggini
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