|
Moniker svizzero di traditional doom metal epico
(eccetto il debut "Natural Songbirth", impelagato in tutt'altre
coordinate musicali) stile Saint Vitus, che si ripresenta tramite
la Quam Libet Records con un terzo full-length dalle fattezze
magniloquenti, a partire da un curatissimo digipack, generoso di orpelli
e simbologie doom (molto eleganti i rilievi e i lucidi in
controeffetto), passando per i ben 77 minuti divisi in tredici tracce, e
arrivando al considerevole numero di guest artists a dar supporto
esecutivo alle due colonne portanti dei P˙lon, Matt Brand e Jan
Thomas, rispettivamente voce/chitarra e basso.
Doom dai tempi molto dilatati e dalla fisionomia
epica con tratti melodico-atmosferici, dagli inserti flautistici e dagli
assoli effettati verso dispersioni eteree già dall'opener
Renovatio (renewal & relapse), buon pezzo, così come la cupa e
vocalmente echeggiante Doomstone, per arrivare al
bersaglio grosso colpito da Ho Theos erchestai, dove
l'enfasi tastieristica e profluvi solistici irrobustiscono l'appeal di
una song dall'afflato fortemente ieratico. Doom claustrofobico,
minimalismi luminosi e, in definitiva, iridescenza dei mood per In
the shade, seguita Beneath, beyond, traccia che
non scorre certo via come nulla fosse, e questo per grazia di un magico
refrain dai sapori ossianici che ne domina il climax. Purtroppo però con
l'inconsistente Dream a dream l'album giunge ad un passo
falso, che l'ambient keys strumentale De rerum sanctarum una
non riscatta, e che anzi la modesta Psych-Icon (troppe
soluzioni sperimentali) aggrava. Il sound si ricompatta con la tuttavia
troppo statica Hors des sentiers battus. Age of
despair sono circa due intriganti minuti di fluttuazioni
lisergiche dalle surreali geometrie, mentre con la subentrante An
angel tale (dark ambient ad introdurre un massivo doom epico) il
disco torna pienamente a convincere, trovando conferma nella flautistica
e growleggiante funeral oriented DeadLove. La tredicesima
The void thereafter è un breve outro dark ambient con
pianto singhiozzato piuttosto angosciante.
Buono disco dunque questo "Doom", le cui
uniche carenze sono da individuare in una produzione forse troppo
ovattata, in esuberi di prolissità sicuramente strizzabile, e in una
parte centrale del lavoro in difficoltà rispetto ai coinvolgenti primi
cinque episodi e ai discreti ultimi. Scopriamo così una nuova importante
realtà del panorama doom cristiano, che già sta pensando - stando a
quanto scritto nel booklet - al successivo disco, "Armoury Of God".
Valerio Mei
|