|
Secondo album di puro traditional doom della band svizzera,
capeggiata da Matt Brand alla chitarra, Tinu Christen alla batteria e
Jan Thomas al basso; per quando riguarda la voce, non esiste un vero e
proprio leader: tutti e tre partecipano sia ai cori, sia alle song,
anche se il più delle volte è la voce di Brand a farla da padrone.
Dal punto di vista del booklet, si presenta in modo molto professionale;
le immagini utilizzare sono tutte logicamente doom, in particolare, la
copertina ricorda i disegni dei testi più antichi.
Iniziamo subito constatando che è un album che non dice
nulla di nuovo, poiché ricalca le orme dei grandi gruppi che hanno fatto
storia del metal fra i quali i Black Sabbath e i Saint Vitus.
Partiamo dalla fine con And thus it ends..., instrumental;
viene dato molto spazio al basso, ai piatti e ai cori; questi ultimi
sono una costante in questo lavoro, peccato che a volte siano
discordanti e superflui; song senza particolarità. Con Anaconda
siamo entrati nel classico che più classico non si può! Riferimenti ai
Black Sabbath quasi si sprecano, anzi sembra uscire proprio da un
vinile anni ’70; la grande pecca di questa di questo pezzo e di molti a
venire è la voce che cerca note che non ha, colori che non possiede,
simulando caratteristiche non dominate. Peccato perché il testo è molto
pretenzioso, che come si può ben intuire, si riferisce al celeberrimo
passo della Genesi. Falling into the Sun ha un intro
orientaleggiante che si conclude bruscamente. Queste troncature sono le
vere disarmonie di quest’album e, purtroppo, ce ne sono fin troppe!
Tornando alla song, prosegue con fare ondulatorio, celebrando il Sole
dal quale è stato creato tutto; da segnalare è l’interessante solo di
guitar. Altra instrumental, Cannibal corona mass ejection (Part 1
- The black sunrise, Part 2 - Chaos theory) dal titolo
promettente, ci si aspettava qualcosa di più: stessi riff, stesso tempo
cadenzato.
Forse
in omaggio alle storiche band citate sopra, in A walk through
wonderland troviamo proprio i nomi di questi gruppi: "In Saint
Vitus frightful trance / as drums and tabors pound / Forward, backward
and askance / in our fitful fray / We dance the dance we all must dance
/ – on our sabbath day", sarà un caso?
Chi lo sa… In questo
pezzo si introducono appieno le tastiere e il finale con il growl è
davvero gradito.
2046 è la song da cui è stato autoprodotto un video incluso in
questo full-length; brano più costruito e completo, dal testo
semplicissimo: "In nomine Patri, et Filii, et Spiritu Sancti"; peccato
davvero per la cattiva conclusione. Il motivo dell’attraversare lo
specchio lo ritroviamo anche in The cold mirror (fields of sorrow),
in cui la fanno da padrone le chitarre che ci regalano ottimi assoli,
sorrette da un basso che però, non ci dona particolari virtuosismi.
In from the futile fields è sostenuta da un sottofondo di
mitragliette e bombe poco credibili; la linea di basso è la stessa della
song precedente; come si può intuire, è un pezzo contro la guerra e la
morte che essa comporta, specie perché causata da mano d’uomo. Song
arricchita da una chitarra acustica e velocizzata sul finale; peccato
che l’arrangiamento non favorisca la miscellanea fra cori e voce, che
sembrano parti a sé stanti. Un’altra instrumental, L'épée dans mon
coeur, tutta piano, o meglio tastiera effetto pianoforte che,
nonostante il titolo, non prende proprio il cuore. Altro brano dalla
chiusura inascoltabile, Checkmate 64. Con To my
brethren ascoltiamo finalmente un pezzo originale, una fusione
di tastiere in organ groove, batteria e voci amplificate e anche il
testo non è da meno. E il disco si conclude con l’ennesima instrumental
Dementia, senza né arte né parte.
Non è certo un
pessimo album doom, ma né si può dire che sia un full-length originale e
trascinante; possiamo invece affermare che sia un album di passaggio da
un primo lavoro acerbo a un terzo assolutamente perfetto. Un voto al
coraggio!Roberta Cannone |