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A Lament

 

 

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The Eternal Wedding Band
doom
2006 - Quam Libet Records
(Svizzera)
www.pylon-doom.net

 

Secondo album di puro traditional doom della band svizzera, capeggiata da Matt Brand alla chitarra, Tinu Christen alla batteria e Jan Thomas al basso; per quando riguarda la voce, non esiste un vero e proprio leader: tutti e tre partecipano sia ai cori, sia alle song, anche se il più delle volte è la voce di Brand a farla da padrone. Dal punto di vista del booklet, si presenta in modo molto professionale; le immagini utilizzare sono tutte logicamente doom, in particolare, la copertina ricorda i disegni dei testi più antichi.

Iniziamo subito constatando che è un album che non dice nulla di nuovo, poiché ricalca le orme dei grandi gruppi che hanno fatto storia del metal fra i quali i Black Sabbath e i Saint Vitus. Partiamo dalla fine con And thus it ends..., instrumental; viene dato molto spazio al basso, ai piatti e ai cori; questi ultimi sono una costante in questo lavoro, peccato che a volte siano discordanti e superflui; song senza particolarità. Con Anaconda siamo entrati nel classico che più classico non si può! Riferimenti ai Black Sabbath quasi si sprecano, anzi sembra uscire proprio da un vinile anni ’70; la grande pecca di questa di questo pezzo e di molti a venire è la voce che cerca note che non ha, colori che non possiede, simulando caratteristiche non dominate. Peccato perché il testo è molto pretenzioso, che come si può ben intuire, si riferisce al celeberrimo passo della Genesi. Falling into the Sun ha un intro orientaleggiante che si conclude bruscamente. Queste troncature sono le vere disarmonie di quest’album e, purtroppo, ce ne sono fin troppe! Tornando alla song, prosegue con fare ondulatorio, celebrando il Sole dal quale è stato creato tutto; da segnalare è l’interessante solo di guitar. Altra instrumental, Cannibal corona mass ejection (Part 1 - The black sunrise, Part 2 - Chaos theory) dal titolo promettente, ci si aspettava qualcosa di più: stessi riff, stesso tempo cadenzato. Forse in omaggio alle storiche band citate sopra, in A walk through wonderland troviamo proprio i nomi di questi gruppi: "In Saint Vitus frightful trance / as drums and tabors pound / Forward, backward and askance / in our fitful fray / We dance the dance we all must dance / – on our sabbath day", sarà un caso? Chi lo sa… In questo pezzo si introducono appieno le tastiere e il finale con il growl è davvero gradito.

2046 è la song da cui è stato autoprodotto un video incluso in questo full-length; brano più costruito e completo, dal testo semplicissimo: "In nomine Patri, et Filii, et Spiritu Sancti"; peccato davvero per la cattiva conclusione. Il motivo dell’attraversare lo specchio lo ritroviamo anche in The cold mirror (fields of sorrow), in cui la fanno da padrone le chitarre che ci regalano ottimi assoli, sorrette da un basso che però, non ci dona particolari virtuosismi. In from the futile fields è sostenuta da un sottofondo di mitragliette e bombe poco credibili; la linea di basso è la stessa della song precedente; come si può intuire, è un pezzo contro la guerra e la morte che essa comporta, specie perché causata da mano d’uomo. Song arricchita da una chitarra acustica e velocizzata sul finale; peccato che l’arrangiamento non favorisca la miscellanea fra cori e voce, che sembrano parti a sé stanti. Un’altra instrumental, L'épée dans mon coeur, tutta piano, o meglio tastiera effetto pianoforte che, nonostante il titolo, non prende proprio il cuore. Altro brano dalla chiusura inascoltabile, Checkmate 64. Con To my brethren ascoltiamo finalmente un pezzo originale, una fusione di tastiere in organ groove, batteria e voci amplificate e anche il testo non è da meno. E il disco si conclude con l’ennesima instrumental Dementia, senza né arte né parte.

Non è certo un pessimo album doom, ma né si può dire che sia un full-length originale e trascinante; possiamo invece affermare che sia un album di passaggio da un primo lavoro acerbo a un terzo assolutamente perfetto. Un voto al coraggio!

Roberta Cannone

VOTO

73


 


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