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PŸLON
Armoury Of God
doom
2011 - Quam Libet Records
(Svizzera)
www.pylon-doom.net

 

"Armoury Of God" è la quarta fatica degli svizzeri P˙lon, guidati dal frontman Matt Brand (voce e chitarra) e Jan Thomas (basso, chitarra acustica ed elementi noise) che vedono per questo disco l'inserimento tra le fila del batterista Andrea J.C. Tinner, elemento che nel settaggio generale del disco appare un pochino soffocato a livello di volume, ma che svolge il suo compito in maniera scolasticamente impeccabile. Va premesso che questo non è un disco facile da assimilare o da capire nel suo insieme, abbiamo davanti undici pezzi molto particolari che prima di tutto spiccano per la loro prolissità, si ha una media di più di 7 minuti a canzone per un totale di 66:45 minuti di album, e ciò se da una parte è giustificato dal genere proposto, dall'altra tende ad appesantire un po' la consistenza di parte dei brani; fautori di un doom metal classico adornato da sonorità tendenti allo stoner e psichedelia, i P˙lon fanno del loro meglio per concentrarsi sull'atmosfera e sulla creazione di suoni ovattati e polverosi tipici del genere conditi talvolta da atmosfere epiche organistiche.

Tra gli episodi che meritano menzione troviamo The worm within forte dell'alternanza di un tempo "funeral" a ritmiche più veloci alla Black Sabbath, poi In from the funeral fileds spicca per la sua epicità alla Candlemass ed è sicuramente uno dei brani più atmosferici del disco. Gravestar mantiene un po' la linea del pezzo precedente ma vede l'inserimento di assoli cacophonyci e giri psichedelici che potevano ripetersi forse un po' meno; Hunter angels è sicuramente il pezzo più dinamico e di impatto di tutto il disco, sorretto da una melodia cupa e da ritmiche scandite ha il suo punto forte anche nella bellissima parte strumentale all'interno del brano, che trova un ottimo contrasto con la rudezza del pezzo. Per il resto notiamo tre strumentali; la ambient Cosmic treasure, una ripresa della sovracitata The worm within chiamata I lyki stin kardia mou e la conclusiva Death is all around, dove giri sabbathiani si fondono ad assoli psichedelici e dove il rumore noise della chitarra solista prende le redini di tutta la situazione, creando quel tipo di atmosfera malata che bene o male il gruppo cerca sempre, a volte più a volte meno, un po' in tutti i pezzi. Abbiamo infine una cover di Somewhere in nowhere dei Candlemass e altri brani mantenenti sempre le coordinate stilistiche sovracitate.

Il cantato di Matt in molti episodi è efficace, ma a volte dà l'idea di non metterci la dovuta convinzione cercando di emulare troppo scolasticamente la scuola Ozzy, mentre invece l'inserimento di fraseggini chitarristici che ricordano un po' lontanamente il nostro conterraneo Ghigo Renzulli rompono talvolta la monotonia dei riff granitici di chitarra e basso, e nel complesso risolvono, sia pure con la loro lentezza, soluzioni altrimenti scarne e monotone. Un disco questo, che per gli appassionati di doom può rivelarsi una perla nascosta, ma che sicuramente necessita tempo e numerosi ascolti per una comprensione artistica o comunque sia un'inquadratura precisa e oggettiva; disponibile in digipack con una copertina che per colore e stile ricorda quella di "Tales Of Creation" dei Candlemass (appunto).

Francesco Romeggini

VOTO

72


 


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