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Homo Homini Lupus
doom
2014 - Roxx Production
(Svizzera)
www.pylon-doom.net

 

Con "Homo Homini Lupus" i P˙lon sono giunti al loro sesto full-length in solo una decina di anni di attività. Una band molto prolifica quindi, e (come vedremo) ancora decisamente ispirata. In questo lavoro la band conferma le proprie influenze, tra le più classiche (Candlemass, Saint Vitus, Pentagram), mostrando però quanto una band che re-interpreti a proprio modo il genere, riesca a mostrare influenze comuni con altre branche dell'heavy metal. Dal punto di vista compositivo abbiamo davanti un album che fonde coerentemente le proprie influenze, in un prodotto omogeneo di sano doom metal di stampo epico. I riff di chitarra sono molto definiti e "fondamentali" (semplici ma non banali), la voce di Jordan Cutajar (al microfono anche per i Nomad Son) è ispirata ai colossi del genere pur senza esserne la fotocopia, i testi sono intrisi di sapore profetico, e l'unica pecca che trovo sotto questo aspetto sono le linee di batteria, un po' monotone e talvolta semplicistiche.

Diamo però uno sguardo più specifico alle canzoni: l'opener Crowned è una tipica cavalcata anni '80, e pone in musica (in un modo sicuramente inedito) il salmo 103. La seguente Al'Hahar è il pezzo che più ho preferito, poiché nonostante la lunghezza, è una canzone molto varia, che inizia con una intro d'atmosfera, si evolve in strofe epiche, e il refrain è spettacolare nella sua semplicità; punto topico della canzone è l'evocativo intermezzo in ebraico (recitato dall'ex-bassista della band, Jan Thomas). Saligia (acronimo dei sette peccati capitali: superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira, accidia) è l'unico brano scelto come singolo, ed è abbastanza adatto al ruolo, riassumendo in sé un po' il leit-motiv del disco: strofe cadenzate, bridge mid-tempo, e un coinvolgente ritornello. Ils se donnent du mal invece è un brano strumentale (l'unico dell'album), per il quale lodo il coraggio della band: non capita spesso di trovare delle tracce strumentali negli album odierni, mentre è invece una tradizione di lunga data nel metal. In sé la canzone è abbastanza variegata da non annoiare, pur senza interventi solisti degni di nota. La successiva Crucifer parte come cavalcata del più classico heavy metal (che nell'insieme ricorda molto da vicino i Grave Digger), rallenta nel ritornello enfatico, presenta un intermezzo melodico molto intenso elevato dalla presenza degli archi, per poi riprendere il filo con la prima parte della canzone. The curse of Eden è un brano che inizia in modo magniloquente, con una melodia primigenia, orecchiabile ma non trita, e apre a delle strofe emotivamente cariche, e un refrain che invece suona un po' fuori posto; da segnalare l'assolo lento che alla fine riprende la stupenda melodia iniziale, e sfocia in un ottimo finale molto appassionato. Infine chiude l'album una cover, South of heaven degli Slayer,  non certo una cover di un gruppo che ti aspetti in un album doom cristiano! Come riproduzione ricalca abbastanza l'originale, e più che un tributo sembra essere la dimostrazione di quante influenze doom siano implicite in altri generi, a causa di radici comuni (che nel caso del primo thrash metal sono mutuate dalla N.W.O.B.H.M.).

Per concludere possiamo dire che il disco è fondamentalmente un riuscito album di robusto doom metal, più vicino musicalmente ai Candlemass che ai Cathedral, prodotto seriamente, in modo pulito, senza effetti particolarmente ricercati, e con pochi inserti (giusto qualche tastiera sparuta) che non siano farina del sacco della band. A questo proposito mi sento di dire che il gruppo ha condensato sapientemente le proprie influenze, in un'amalgama che invece di puzzare di stantio, profuma di tradizione. A voler essere critici fino in fondo dobbiamo però segnalare l'inadeguatezza delle linee di batteria: in troppi frangenti è estremamente anonima, e in un genere come il doom metal (che di sua natura è a velocità dimezzata), nel 2014 a mio modesto avviso, sarebbe auspicabile un lavoro di batteria con un po' più di personalità. Tuttavia questo non inficia il valore dell'album in generale, né della band, che ha dimostrato di saper fare il proprio lavoro con cultura biblica e musicale, un songwriting maturo, e molta passione per un genere lontano dai riflettori, ma di importanza seminale per l'heavy metal intero.

Tracklist:
1. Crowned (3.21)
2. Al Ha'Har (11.43)
3. Saligia (5.40)
4. Ils se donnent du mal (3.42)
5. Crucifer (6.16)
6. The curse of Eden (6.21)
7. South of heaven (5.33)

Devid Viezzi

VOTO

81


 


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