|
Ci salutano dalla
Finlandia i Pain Remains, quartetto che nonostante i natali non
si dedica ad alcun genere che abbia avuto origine dalle fredde lande
scandinave, bensì ad un metalcore decisamente molto hardcore e
decisamente poco metal di trasudante fragranza americana. La label
presenta questo full-length di debutto come: "un album che include
parecchie influenze metal, ma che è ancora un hardcore
straight-in-your-face" e per una volta non posso che dirmi più che
d’accordo, considerando che spesso le indicazioni delle etichette
discografiche sono tutt’altro che realistiche.
L’opener
Drown non fa altro che confermare tutto ciò, batteria
martellante, progressioni di chitarra ed urla belluine di matrice NYHC,
che però non disdegnano di sfociare in growl, immancabili breakdown ed
infine durata intorno ai due minuti. Buona presentazione senza dubbio.
Passando a Nowhere vengono introdotte massicce dosi di
gang vocals, che vanno per così dire a completare la matrice hardcore
della band; bello il finale melodico da saltare e cantare. Si parte in
breakdown con Rising, ma grazie ad un veloce crescendo ci
si trova proiettati in velocità per poi avere la solita alternanza con
le parti lente, buone anche qui le linee melodiche di chitarre,
ulteriormente incattivita risulta la voce. Nulla aggiungono alla formula
Tuli on… e Forthcoming threat, se non
qualche maggiore ammiccamento al metal qua e là, restano comunque due
canzoni azzeccate, stesso discorso valga per Circle, che
probabilmente meriterebbe come sottotitolo "pit" e si distingue più che
altro per il finale lento ed oscuro. Never forget col suo
minuto e mezzo è la traccia più breve del platter, un lungo ed unico
breakdown per far urlare la folla, ma torna il momento di pogare
pesantemente e la sveglia ce la dà Sick of you, la traccia
per così dire più hardcore fra tutte, tanto che il titolo potrebbe
benissimo essere una citazione implicita ai Sick Of It All,
gruppo che i nostri devono aver masticato quotidianamente. Nulla da
segnalare in My anxiety e Air, ormai
sappiamo che i nostri sanno fare il loro mestiere, mentre nella
conclusiva On my grave, che è anche il pezzo più lungo, si
sperimenta un po' più negli arrangiamenti e viene introdotta anche la
chitarra solista.
Una buona prova
senz’altro e deve esserlo davvero se lo riconosce perfino uno come me,
che pensa si dica metalcore non a caso, ma perché il metal debba venire
prima dell’hardcore, mentre i ragazzi dei Pain Remains ritengono
che il rapporto di predominanza debba essere invertito a favore del
secondo termine. Si può sicuramente intravedere una certa acerbità nel
riproporre testardamente alcune soluzioni, difetto che inevitabilmente
si paga sulla lunga distanza, ma la fusione fra: furia hardcore, una
giusta dose di melodie, più un sapiente utilizzo dei breakdown, che non
spezzano l’andamento delle canzoni, poiché anzi i musicisti ci
restituiscono sempre la sensazione di "proiettarci" naturalmente nei
momenti cadenzati, costituiscono un buon biglietto da visita sia per il
presente che per il futuro. Se siete fan del genere aggiungete pure
cinque punticini al voto.
Daniel Djouder |