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Spettacolare sotto ogni aspetto il debut album dei
Pantokrator, già usciti comunque con uno split condiviso coi
connazionali Sanctifica, in cui i nostri presentavano l'Ep
"Songs Of Solomon", e con altri precedenti demo autoprodotti: dall’artwork, elaborato in un elegante
cartoncino e dal grande impatto grafico grazie all’inserimento di
due splendide tavole dello straordinario pittore romantico Gustave
Doré ed alla presenza nell’inlay cover di una gigantografia del
volto sindonico, al concept che si occupa del dramma dell’Eden e
delle sue conseguenze culminate e riscattate dal Sacrificio della
croce, alla produzione, pulitissima e di terrificante potenza e
profondità, per terminare con l’altissimo livello dell’esecuzione e
dell’ispirazione del death con cui i quattro ragazzi svedesi ci
deliziano.
Concept sulla Genesi dunque e l’album si apre proprio con il
simbolo dell’inizio della tragedia dell’ umanità, il morso della
mela: la creatura che, ingannata, disobbedisce al suo Creatore
perchè superbamente, delirando, pretende di eguagliarlo. Segue nel lyrics
work la cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden e l’avvio della diffusione del male
nel mondo a partire da quello che
i Pantokrator individuano come momento centrale: Caino che per invidia
uccide il fratello Abele. L’uomo si è macchiato per la prima volta
del sangue di un suo simile (cui fa riferimento la front cover) e
ciò che ne è scaturito è macabra storia e sconcertante quotidianità che
è inutile star qui ad elencare nella sua infinita lista di orrori. Il
peccato verso Dio poteva essere riscattato solo da Dio stesso che
incarnandosi ed offrendosi come agnello immolato ha tolto la
stritolante presa di Satana sull’uomo aprendo così già scenari proiettati all’alba
dell’eternità. Di ciò parlano i Pantokrator
esprimendolo sapientemente con
un death che oltre ad essere molto elaborato, tecnico, vario e ad
altissimo tasso di testosterone, inserisce passaggi di matrice più svariata: melodie dark e la bella
voce femminile della guest Marie Berntsson, stacchi grindcore
violenti, passaggi swedish, rallentamenti doom, violini malinconici
oltre che appunto tanto tanto death di una potenza impressionante e
di elevata ispirazione compositiva.
Per citare qualche traccia diciamo della finale
Evighetens gryning (The dawn of eternity) dove si alternano al solito sound tipico della band, grindcore, arpeggi
di acustica, alcuni accenni black, swedish, death melodico e l’unico
assolo del cd (peraltro molto bello) per chiudere con una rullatona
ed un delirio di growl! O Guds lamm (O lamb of God) dura solo 1.10 ed è composta di un toccante
duetto di violino e riff nostalgico. Blod ropar från
jorden (Blood screams from the earth) si nota per l’inizio di tipico doom in cui il growl è profondo e ogni nota è una sentenza; a ciò
subentrano esplosioni sonore ed un squassante rullo compressore grindcore
per poi calare di intensità facendosi a volte più tirato a volte più tecnico, con aperture
vagamente melodiche rafforzate dalla presenza della female vocal. L’oscurità
sonora e la devastazione acustica predominano in
Syndafloden (The flood), mentre in Moria kallar (Moria beckons) è
una lotta tra luce e tenebra, tra l’alternarsi ostile di cupezza e
solarità. Bellissima è Tidevarv (Ages) dove lo splendido violino dell’anche
bassista Jonas Wallinder, aiutato dal cantato femminile e da un gran riff, dà sentimento ed emozioni dolorose ad un death
style
insensibile ed asfaltante. Grandioso debut per una fantastica band che ha ancora molto, ma
molto, da dire. A me "Blod" ha stupito, a
voi ora goderne.
Valerio Mei |