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Sorti a metà decade passata e con alle spalle tre demo ecco che finalmente
nel primo anno del terzo millennio i talentuosi quattro di
Stoccolma - recentemente divenuti quintetto con l'aggiunta in
formazione del chitarrista ex Sanctifica e Crimson
Moonlight Jonathan Steele - se ne escono col professionale Ep
"Songs Of Solomon", autoprodotto ma poi anche edito dalla CLC in uno
split con i compatrioti citati unblackster Sanctifica. Sorprendente
è la qualità della produzione, che sarà addirittura magistrale nel
seguente full-length posteriore a questo di un biennio, il grandioso
"Blod". Il sound dell'Ep in questione è lo stesso del debut,
poderoso death
tecnico con marcatissime influenze doom, parti sinfoniche
violinistiche e ripetute, anche se mai invadenti e preminenti, partiture
melodiche. Rispetto a "Blod" direi che l'irruenza
sonora non raggiunge gli stessi allarmanti livelli di onda d'urto e l'intelaiatura
ritmica non è ancora allo stesso grado di elaboratezza: facendo
dunque passare questo per buono, per il resto? ...superlativo! A
cominciare dall'ispirazione del songwriting, forse addirittura
quanto a varietà
superiore al full-length, terminando in una esecuzione senza alcun
alone di macchia.
Lyrics work sempre biblico, qui ispirato alle vicende,
metaforizzate, del saggio re per antonomasia, e durata del lavoro
complessiva attorno ai 26 minuti, ripartiti in 6 episodi, il primo
dei quali è Ur intets mörker. Apre il basso (sempre in
primo piano nel lavoro), il resto della strumentazione è profonda ed
avvolgente nel
pulitissimo suono, contenute dosi di screaming affiancano il growl di Karl Walfridsson: riffing esplosivi, break violenti e fasi doom caratterizzano la buona opener. Di stampo doom
è l'inizio di Divine light, angosciato, dal profondo
growl: sfuriate corpose e tecniche dividono momenti più lenti ed
introspettivi dal cantato riecheggiante, compreso quello dark della
guest female vocal, che si staglia su riff esplosivi: alcuni
elaborati secondi proiettano nell'atmosfera malinconica di un doom
evocativo, anche nella sentita interpretazione vocale, nonché nella
sapiente lead guitar. Terzo capitolo e troviamo Under himmelen,
una instrumental song di meno di un minuto, sofferente duetto tra
un'acustica ed un violino. Infuocate chitarre acustiche miscelate ad
un fantasioso e veloce drumming sono il preludio alla quarta
Come let us flee dove poi il death è spinto, alcuni passaggi
notevolmente intrecciati: da qui in poi è l'atmosfera soffusa ed una
calda seppur fioca linea melodica ad emergere, portatrice di
tristezza, all'interno del più consueto sound death/doom che molto
rimanda ai maestri Paramaecium: la sfuriata finale
accompagnata da un deep growl assalta invasata tutto il malcapitato
trovi nel suo inevitabile percorso.
Domina il doom turbato nell'introdurre Separated by night,
sia nella lead che nel growl, ma anche in un'effettata leggiadra
voce di donna: a brano inoltrato emerge una melodia ed una certa,
intensa, complessità strumentale; il drumming si fa celere e
possente fino a sfociare in una stacco death, per poi tornare al
doom: la chiusa è per un emozionante e soffice palcoscenico sonoro
recitato dalla female, dal growl e dallo scream intelligentemente
miscelati. Il gran finale è affidato a Behind thy veil,
ieratica, sinfonica, distruttiva e melodica, furiosa e soffusa,
conturbante nei gridati dolorosi proclami finali. Grandi, grandi
Pantokrator.
Vaake
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