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Sin dal primo ascolto di questo breve Ep, ho
tentato di essere fiducioso e speranzoso nei confronti della musica
proposta da questo sconosciuto gruppo londinese. Purtroppo le mie
speranze si sono rivelate vane. Il primo ostacolo che si incontra
nell’approccio a "Through Pain There Is Joy" è la notevole
bruttezza della cover, ma ben sapendo che un libro non si giudica dalla
copertina, mi sono serenamente posto all’ascolto. L’intro
Dedication to sacrifice è particolarmente invasivo, un parlato
con voce distorta e sottofondo di urla, con rumori alieni e produzione
(volutamente?) pessima che si dissolve con la frase sussurrata "Jesus,
my Master, I love You…". Un inizio del genere potrebbe togliere
qualsiasi desiderio di approfondimento negli amanti di sonorità
classiche e pulite, ma al contrario suscita certamente curiosità negli
ascoltatori di musica avant-garde e sperimentale.
Con il primo vero brano, Slavery, i
timori riguardanti la produzione si confermano, grazie ad un sottofondo
zanzaroso al limite del sopportabile, chitarre poco udibili e sessione
ritmica che avrebbe meglio figurato se suonata su una batteria di
pentole da cucina. Tra riff non noiosi ma scontatissimi, numerosi
difetti di produzione e batteria inudibile, comincia lo scream, una
delle pochissime note positive del disco, ben udibile, malvagio e a suo
modo trascinante; purtroppo a questo si affianca uno pseudo-growl
stonato e fuori tempo, che più che ad un ruggito somiglia ad un forte
attacco di tosse. Un lieve sottofondo di tastiere rende in qualche modo
sopportabile la canzone, ma il gruppo non ha intenzione di darci
soddisfazione, e, per non farci mancare nulla, comincia un rallentamento
doom con tanto di urla e pianti, ben più ridicoli che disperati. Senza
variazioni prosegue la canzone, restando su toni lenti e cupi; lo scream
e il "growl" continuano imperterriti come le tastiere e l’unico suono
udibile della batteria, mentre i chitarristi sembra siano andati a farsi
una bevuta, data l’inesistenza di un qualsiasi riff. Dopo un tale pezzo,
le mie speranze che le restanti song possano modificare il livello
dell’Ep sono davvero poche. Grosso errore. Perché ciò che viene, si
rivela se possibile peggio di ciò che è passato. Ecco dunque The
unapproachable light lento pezzo dai toni funeral doom (anche se
è impresa ardua definire il genere di questo Cd). Quasi sei minuti senza
la benché minima variazione sono tanti, fatto del quale sembra
accorgersi anche il gruppo che, all’ultimo minuto, ci dona una
lievissima accelerazione. Null’altro che un breve e veloce intermezzo è
Save you soul, nel quale il solito growl ringhia frasi
quasi incomprensibili, e fa risuonare il titolo come una minaccia. Nulla
di buono ci aspetta nemmeno nella quinta song Life in death,
pregna inizialmente della spossante lentezza a cui il gruppo ci ha
abituati, si trasforma nella seconda metà in una lotta tra le due voci,
che sarebbe anche potuta risultare interessante, non fosse stata
penalizzata dall’insopportabile produzione. L’outro è un piacevole canto
da chiesa con qualche rimando al gospel, che stimola la preghiera
nell’ascoltatore come ringraziamento per la fine della tortura sonora.
Bisogna però ammettere i due grossi pregi dell’album: la breve durata
(che pure non riesce ad essere abbastanza breve da renderlo
sopportabile), e la coerenza con il titolo, se davvero "la gioia viene
attraverso il dolore", grande sarà la gioia in chi, come me, avrà
sofferto ascoltando l’album e potrà finalmente godere della sua fine. I
Paradox si sono illusi che bastasse una grande dose di rabbia e
toni funebri e oppressivi per realizzare un album discreto, mentre il
loro lavoro è definibile solo con l’aggettivo "pessimo". Unico sollievo
è il sapere che il gruppo abbia mutato nome e genere musicale,
dedicandosi al death metal con il moniker di Bloodwork, e
donandoci lavori piacevoli e di livello ben diverso da questo. "Through
Pain There Is Joy" resta quindi un lavoro da cancellare dalla
memoria del gruppo e degli ascoltatori, un pessimo inizio che non ha
fortunatamente demotivato questi artisti inglesi.
Andrea Costariol
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