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PARADOX
Through Pain There Is Joy   (Ep)
doom
2000 - Self
(Inghilterra)
n.d.

 

Sin dal primo ascolto di questo breve Ep, ho tentato di essere fiducioso e speranzoso nei confronti della musica proposta da questo sconosciuto gruppo londinese. Purtroppo le mie speranze si sono rivelate vane. Il primo ostacolo che si incontra nell’approccio a "Through Pain There Is Joy" è la notevole bruttezza della cover, ma ben sapendo che un libro non si giudica dalla copertina, mi sono serenamente posto all’ascolto. L’intro Dedication to sacrifice è particolarmente invasivo, un parlato con voce distorta e sottofondo di urla, con rumori alieni e produzione (volutamente?) pessima che si dissolve con la frase sussurrata "Jesus, my Master, I love You…". Un inizio del genere potrebbe togliere qualsiasi desiderio di approfondimento negli amanti di sonorità classiche e pulite, ma al contrario suscita certamente curiosità negli ascoltatori di musica avant-garde e sperimentale.

Con il primo vero brano, Slavery, i timori riguardanti la produzione si confermano, grazie ad un sottofondo zanzaroso al limite del sopportabile, chitarre poco udibili e sessione ritmica che avrebbe meglio figurato se suonata su una batteria di pentole da cucina. Tra riff non noiosi ma scontatissimi, numerosi difetti di produzione e batteria inudibile, comincia lo scream, una delle pochissime note positive del disco, ben udibile, malvagio e a suo modo trascinante; purtroppo a questo si affianca uno pseudo-growl stonato e fuori tempo, che più che ad un ruggito somiglia ad un forte attacco di tosse. Un lieve sottofondo di tastiere rende in qualche modo sopportabile la canzone, ma il gruppo non ha intenzione di darci soddisfazione, e, per non farci mancare nulla, comincia un rallentamento doom con tanto di urla e pianti, ben più ridicoli che disperati. Senza variazioni prosegue la canzone, restando su toni lenti e cupi; lo scream e il "growl" continuano imperterriti come le tastiere e l’unico suono udibile della batteria, mentre i chitarristi sembra siano andati a farsi una bevuta, data l’inesistenza di un qualsiasi riff. Dopo un tale pezzo, le mie speranze che le restanti song possano modificare il livello dell’Ep sono davvero poche. Grosso errore. Perché ciò che viene, si rivela se possibile peggio di ciò che è passato. Ecco dunque The unapproachable light lento pezzo dai toni funeral doom (anche se è impresa ardua definire il genere di questo Cd). Quasi sei minuti senza la benché minima variazione sono tanti, fatto del quale sembra accorgersi anche il gruppo che, all’ultimo minuto, ci dona una lievissima accelerazione. Null’altro che un breve e veloce intermezzo è Save you soul, nel quale il solito growl ringhia frasi quasi incomprensibili, e fa risuonare il titolo come una minaccia. Nulla di buono ci aspetta nemmeno nella quinta song Life in death, pregna inizialmente della spossante lentezza a cui il gruppo ci ha abituati, si trasforma nella seconda metà in una lotta tra le due voci, che sarebbe anche potuta risultare interessante, non fosse stata penalizzata dall’insopportabile produzione. L’outro è un piacevole canto da chiesa con qualche rimando al gospel, che stimola la preghiera nell’ascoltatore come ringraziamento per la fine della tortura sonora.

Bisogna però ammettere i due grossi pregi dell’album: la breve durata (che pure non riesce ad essere abbastanza breve da renderlo sopportabile), e la coerenza con il titolo, se davvero "la gioia viene attraverso il dolore", grande sarà la gioia in chi, come me, avrà sofferto ascoltando l’album e potrà finalmente godere della sua fine. I Paradox si sono illusi che bastasse una grande dose di rabbia e toni funebri e oppressivi per realizzare un album discreto, mentre il loro lavoro è definibile solo con l’aggettivo "pessimo". Unico sollievo è il sapere che il gruppo abbia mutato nome e genere musicale, dedicandosi al death metal con il moniker di Bloodwork, e donandoci lavori piacevoli e di livello ben diverso da questo. "Through Pain There Is Joy" resta quindi un lavoro da cancellare dalla memoria del gruppo e degli ascoltatori, un pessimo inizio che non ha fortunatamente demotivato questi artisti inglesi.

Andrea Costariol

VOTO

40

 

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