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Doloroso, un triste violino ci introduce in quello che è il
malinconico mondo crepuscolare dei Paramaecium. Giunti al
loro quarto lavoro e con alle spalle quell'"Exhumed Of The Earth"
uscito nel lontano 1993, che oltre a essere una pietra miliare del
doom risulta essere il capostipite di questo genere illuminato dalla
luce cristiana, danno alla luce dopo la bellezza di cinque anni di
inattività questo "Echoes From The Ground". Si tratta di un
concept composto da sette parti, che vede come protagonista un
viaggiatore del diciannovesimo secolo che va in pellegrinaggio in
Terra Santa cercando una sorta di giustificazione per la sua fede in
Dio.
Il sound di questo lavoro non lascia spazio a dubbi o
interpretazioni di alcun tipo, si tratta di un classico doom che
ripropone tutti gli elementi classici del genere. I tempi sono
sempre lenti e dilatati in modo tale da dare spesso un senso di
soffocamento all’ascoltatore; per di più i cambi di ritmo
all’interno dei 42 minuti che compongono il lavoro risultano esigui.
Le melodie sono piuttosto semplici e caratterizzate dal susseguirsi
continuo di schemi simili che offrono omogeneità sia all’interno dei
brani che nel complesso del disco che risulta quindi essere
monolitico. Questo suo essere compatto e ostico è testimoniato anche
dall’uso del growl, presente in molti frangenti, che con la sua
pesantezza e profondità non fa altro che accentuare il rifiuto del
concetto di "easy listening" (come se ce ne fosse stato bisogno!) e
rincara la sensazione di sofferenza che trasuda da ogni nota e da
ogni parola di questo concept. La produzione oserei definirla
addirittura cristallina, aggettivo che sebbene non sia prettamente
congeniale al genere di musica di cui i nostri sono fautori, mette
in luce la pulizia del suono, sottolineando la distorsione delle
chitarre, la dolcezza della voce femminile, e sostanzialmente
caratterizzando le canzoni una per una, evitando un eccessivo
appiattimento del suono e la caduta delle diverse tracce nel baratro
dell’anonimato.
La proposta del combo australiano è quindi animata da una
parte, dalla magnifica voce femminile che diventa protagonista in
They tend to die e che dialoga con la voce maschile in
My failing heart, dall’altra risulta mossa
dall’alternarsi dell’uso del growl e delle clean vocals da parte del
cantante. Un altro elemento che concorre ad offrire ossigeno agli
schemi fissi di questo genere e che risulta arricchire la melodia di
malinconia è il violino, che tesse trame a volte classiche e altre
volte quasi orientaleggianti. Emerge però un difetto sostanziale in
seno a questo album, non si tratta di mancanza di caratura tecnica
dei musicisti, del suono, delle liriche o della produzione, bensì
dello stesso songwriting; non che sia malvagio, tutt’altro, eppure
talvolta sa dannatamente di già sentito. A conti fatti il maggior
limite di questo lavoro può essere riconosciuto nel fatto che
rimanda fin troppo ai padri del genere, su tutti è palese il rimando
ai primi My Dying Bride. E’ un ricordo, quello del gruppo
londinese, che aleggia come un’ombra per tutta la durata del lavoro
dando alle volte una spiacevole sensazione.
I nostri con "Echoes From The Ground" ci regalano un
disco nostalgico, a volte anacronistico tanto odora di già sentito,
ma in linea con lo spirito giusto per sfornare un album doom più che
buono. Quindi se siete alla ricerca di un sound nuovo e fresco
girate alla larga da questo disco, mentre se non fate caso all’odore di vecchio e di polvere che caratterizza questo album o se
è proprio quell’odore che vi attrae, questo può essere il sottofondo
adatto a cullarvi dolcemente avvolti dalla tenue luce di una
candela, immersi nella penombra della vostra stanza, in un triste
giorno di pioggia.
Giovanni Nassi |