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PARAMAECIUM
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PARAMAECIUM
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PARAMAECIUM
Repentance
 
PARAMAECIUM
A Time To Mourn
 
 

 

PARAMAECIUM
Echoes From The Ground
doom
2004 - Veridon Music
(Australia)
www.myspace.com/paramaecium

 

Doloroso, un triste violino ci introduce in quello che è il malinconico mondo crepuscolare dei Paramaecium. Giunti al loro quarto lavoro e con alle spalle quell'"Exhumed Of The Earth" uscito nel lontano 1993, che oltre a essere una pietra miliare del doom risulta essere il capostipite di questo genere illuminato dalla luce cristiana, danno alla luce dopo la bellezza di cinque anni di inattività questo "Echoes From The Ground". Si tratta di un concept composto da sette parti, che vede come protagonista un viaggiatore del diciannovesimo secolo che va in pellegrinaggio in Terra Santa cercando una sorta di giustificazione per la sua fede in Dio.

Il sound di questo lavoro non lascia spazio a dubbi o interpretazioni di alcun tipo, si tratta di un classico doom che ripropone tutti gli elementi classici del genere. I tempi sono sempre lenti e dilatati in modo tale da dare spesso un senso di soffocamento all’ascoltatore; per di più i cambi di ritmo all’interno dei 42 minuti che compongono il lavoro risultano esigui. Le melodie sono piuttosto semplici e caratterizzate dal susseguirsi continuo di schemi simili che offrono omogeneità sia all’interno dei brani che nel complesso del disco che risulta quindi essere monolitico. Questo suo essere compatto e ostico è testimoniato anche dall’uso del growl, presente in molti frangenti, che con la sua pesantezza e profondità non fa altro che accentuare il rifiuto del concetto di "easy listening" (come se ce ne fosse stato bisogno!) e rincara la sensazione di sofferenza che trasuda da ogni nota e da ogni parola di questo concept. La produzione oserei definirla addirittura cristallina, aggettivo che sebbene non sia prettamente congeniale al genere di musica di cui i nostri sono fautori, mette in luce la pulizia del suono, sottolineando la distorsione delle chitarre, la dolcezza della voce femminile, e sostanzialmente caratterizzando le canzoni una per una, evitando un eccessivo appiattimento del suono e la caduta delle diverse tracce nel baratro dell’anonimato.

La proposta del combo australiano è quindi animata da una parte, dalla magnifica voce femminile che diventa protagonista in They tend to die e che dialoga con la voce maschile in My failing heart, dall’altra risulta mossa dall’alternarsi dell’uso del growl e delle clean vocals da parte del cantante. Un altro elemento che concorre ad offrire ossigeno agli schemi fissi di questo genere e che risulta arricchire la melodia di malinconia è il violino, che tesse trame a volte classiche e altre volte quasi orientaleggianti. Emerge però un difetto sostanziale in seno a questo album, non si tratta di mancanza di caratura tecnica dei musicisti, del suono, delle liriche o della produzione, bensì dello stesso songwriting; non che sia malvagio, tutt’altro, eppure talvolta sa dannatamente di già sentito. A conti fatti il maggior limite di questo lavoro può essere riconosciuto nel fatto che rimanda fin troppo ai padri del genere, su tutti è palese il rimando ai primi My Dying Bride. E’ un ricordo, quello del gruppo londinese, che aleggia come un’ombra per tutta la durata del lavoro dando alle volte una spiacevole sensazione.

I nostri con "Echoes From The Ground" ci regalano un disco nostalgico, a volte anacronistico tanto odora di già sentito, ma in linea con lo spirito giusto per sfornare un album doom più che buono. Quindi se siete alla ricerca di un sound nuovo e fresco girate alla larga da questo disco, mentre se non fate caso all’odore di vecchio e di polvere che caratterizza questo album o se è proprio quell’odore che vi attrae, questo può essere il sottofondo adatto a cullarvi dolcemente avvolti dalla tenue luce di una candela, immersi nella penombra della vostra stanza, in un triste giorno di pioggia.

Giovanni Nassi

VOTO

73

 

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