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I Pillar li
abbiamo sentiti per la prima volta nel 2000, con il loro debut
"Above" in cui volevano imitare i Limp Bizkit, con un
risultato a dir poco orripilante. Ora però, a quattro anni di distanza,
escono con "Where Do We Go From Here", lavoro in cui i nostri
scartano tutto ciò che hanno fatto in passato, diventando leggermente
più aggressivi, sostituendo rap con melodie, e aggiungendo qui e là
qualche scream. Già si erano visti cenni di cambiamenti con l’uscita di
"Fireproof", ma è con questa release che il gruppo mostra una
maturazione eccezionale, sia nel songwriting che nell’arrangiamento dei
singoli pezzi.
Dal momento in cui il disco parte, si sente
subito questa maturazione. La opener Hypnotize è a dir
poco eccezionale, iniziando abbastanza calma, per poi esplodere.
Rimangono però ogni tanto quegli accenni di rap che caratterizzavano i
loro primi due album, ma sono le melodie ora ad essere il punto focale
dell’opera. Segue la bellissima Bring me down, vera e
propria potenza, in cui il vocalist Rob Beckley dichiara che non è il
passato a contare nella vita di un uomo, ma il suo futuro (You can't
bring me down / Do you hear what I'm trying to say / You can't bring me
down / I'll never turn the other way). Ottimo breakdown a metà pezzo, ed
ottime scream da parte del vocalist. Il pezzo seguente è Holding
on, carino, leggermente punkeggiato, senza essere però nulla di
speciale: unica cosa particolare è la melodia alquanto orecchiabile, che
non abbandonerà la vostra testa per un bel po’. Bella è la seguente
Let it out, contenente un bellissimo bridge verso il finale,
ma è la successiva Simply, ad attirare più attenzione.
Questo brano, per quella che è la mia opinione, è la perla di gran
prezzo di tutto il disco; parte con sola musica per poi far entrare le
vocals, dolci e melodiche nel verso, ed aggressive nel ritornello.
Ottime lyrics, che parlano dell’amore di Dio per noi, che vale anche
quando ci comportiamo da stupidi e facciamo errori. Dopo questa
bellissima song si passa alla ballad, Rewind, dolce e
nostalgica, che divide l’album perfettamente
a metà.
A seguito di questo episodio leggero si torna aggressivi con
Frontline, dove il gruppo chiede a chiunque di venire con loro
sul fronte a combattere contro il nemico. Bellissima anche la seguente
Underneath it all, mentre convince meno Dirty little
secret, non un brutto pezzo, ma il ritornello è annoiante e
ripetuto parecchie volte. Anche Staring back commette lo
stesso errore, solo che in questo caso è anche il verso ad essere
abbastanza brutto. Chiudono l’album quelli che sono probabilmente i due
brani migliori dopo
Simply:
One thing, bella ed orecchiabile, e Aftershock,
probabilmente la più aggressiva canzone di tutto il disco.
Con questo album i Pillar arrivano
all’apice della loro carriera. Non c’è molto da dire su questa release
oltre che se vi piacciono nu, alternative, groove, o volete ascoltare
qualcosa di nuovo, la consiglio altamente.
(Nota: Ascoltate la traccia nascosta tra
One thing e Aftershock, è una strumentale
spettacolare!)
Christopher Warman |