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PILLAR
Where Do We Go From Here
alternative
2004 - Flicker Records
(USA)
www.myspace.com/pillar

 

I Pillar li abbiamo sentiti per la prima volta nel 2000, con il loro debut "Above" in cui volevano imitare i Limp Bizkit, con un risultato a dir poco orripilante. Ora però, a quattro anni di distanza, escono con "Where Do We Go From Here", lavoro in cui i nostri scartano tutto ciò che hanno fatto in passato, diventando leggermente più aggressivi, sostituendo rap con melodie, e aggiungendo qui e là qualche scream. Già si erano visti cenni di cambiamenti con l’uscita di "Fireproof", ma è con questa release che il gruppo mostra una maturazione eccezionale, sia nel songwriting che nell’arrangiamento dei singoli pezzi.

Dal momento in cui il disco parte, si sente subito questa maturazione. La opener Hypnotize è a dir poco eccezionale, iniziando abbastanza calma, per poi esplodere. Rimangono però ogni tanto quegli accenni di rap che caratterizzavano i loro primi due album, ma sono le melodie ora ad essere il punto focale dell’opera. Segue la bellissima Bring me down, vera e propria potenza, in cui il vocalist Rob Beckley dichiara che non è il passato a contare nella vita di un uomo, ma il suo futuro (You can't bring me down / Do you hear what I'm trying to say / You can't bring me down / I'll never turn the other way). Ottimo breakdown a metà pezzo, ed ottime scream da parte del vocalist. Il pezzo seguente è Holding on, carino, leggermente punkeggiato, senza essere però nulla di speciale: unica cosa particolare è la melodia alquanto orecchiabile, che non abbandonerà la vostra testa per un bel po’. Bella è la seguente Let it out, contenente un bellissimo bridge verso il finale, ma è la successiva Simply, ad attirare più attenzione. Questo brano, per quella che è la mia opinione, è la perla di gran prezzo di tutto il disco; parte con sola musica per poi far entrare le vocals, dolci e melodiche nel verso, ed aggressive nel ritornello. Ottime lyrics, che parlano dell’amore di Dio per noi, che vale anche quando ci comportiamo da stupidi e facciamo errori. Dopo questa bellissima song si passa alla ballad, Rewind, dolce e nostalgica, che divide l’album perfettamente a metà. A seguito di questo episodio leggero si torna aggressivi con Frontline, dove il gruppo chiede a chiunque di venire con loro sul fronte a combattere contro il nemico. Bellissima anche la seguente Underneath it all, mentre convince meno Dirty little secret, non un brutto pezzo, ma il ritornello è annoiante e ripetuto parecchie volte. Anche Staring back commette lo stesso errore, solo che in questo caso è anche il verso ad essere abbastanza brutto. Chiudono l’album quelli che sono probabilmente i due brani migliori dopo Simply: One thing, bella ed orecchiabile, e Aftershock, probabilmente la più aggressiva canzone di tutto il disco.

Con questo album i Pillar arrivano all’apice della loro carriera. Non c’è molto da dire su questa release oltre che se vi piacciono nu, alternative, groove, o volete ascoltare qualcosa di nuovo, la consiglio altamente.
(Nota: Ascoltate la traccia nascosta tra One thing e Aftershock, è una strumentale spettacolare!)

Christopher Warman

VOTO

87

 

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