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Nel 2002, dopo due demo e un single, esce
"Nailed",
che raccoglie le due ottime songs ivi contenute (The fall
e Never die); peccato però che, rispetto a quello che sono
diventati, questo lavoro è permeato di melodie che ricordano
eccessivamente il buon vecchio Ozzy e i Black Sabbath, tanto da
risultare un po’ noioso al primo, ma vi assicuro anche al secondo,
ascolto.
I riff orientaleggianti ci introducono in The fall:
una melodia sporca si trascina fino alla fine del pezzo, cambiando solo
nell’assolo, mentre la voce, sotto effetto eco, è accattivante ma non
graffiante. In Never die, basso e piatti tengono in piedi
la situazione, legando tutte le componenti in modo da riempire i buchi,
a volte lasciati dal vocalist; le lyrics sono molto semplici ma di
grande effetto: "Ride
on, follow the Son / Never die, life's just begun / Don't hand me your
deceiving lies / He is the Father and Son". Ancora più stoner è Dead, il cui tema centrale si snoda
tutto sulla gioia di aver incontrato il Signore della vita, che ha
salvato l’anima di chi era nel buio; interessante song, ma che non
lascia il segno.
Al primo ascolto di Don't let me be misunderstood,
mi sono chiesta: cosa c’entra? È l’ennesima cover, in questo caso in
versione stoner, degli Animals, canzone diventata famosa sia
nella versione originale di Nina Simone, sia in quella più
celebre dei Santa Esmeralda in versione disco ’70 (sicuramente
l’avrete ascoltata!). Riff di sottofondo sempre più down e trascinanti,
piatti che non deludono, così come il tempo portato dalla cassa; la voce
è sostenuta dal chorus nei momenti salienti della song. È una versione
piacevole all’ascolto, ma con le tematiche affrontate nell’album, è
scarsamente inserita.
Dobbiamo aspettare Feeling of dread per
ascoltare qualcosa di ritmato, anche se ancora molto "Paranoid".
Di questo pezzo bisogna segnalare il lavoro notevole della batteria che,
oltre a farla da padrone, trascina i tempi, dando spazio alla prima
chitarra per creare qualcosa di nuovo. Song dal titolo
interessantissimo..., è di sicuro la più melodiosa del disco. Si torna
al doom puro, ma in questo caso il solo è davvero ben costruito e il
basso può si fa sentire. Love she gave è molto simile al
sound dei pezzi di apertura di questo full-length, cambia l’effetto
della chitarra, dal suono ancora più strozzato e pesante, mentre la voce
ha perso gli effetti "eco" dell’inizio. Sinceramente, risulta parecchio
monotona. In Return la voce si fa finalmente aggressiva,
ma la somiglianza con Ozzy nelle note più alte è davvero impressionante.
Il ritmo prog che si estende nella song, non riesce però a vivacizzare
un pezzo troppo simile a se stesso. Di Song of Solomon si
possono sottolineare con piacere il ritmo frammentario, che la rende
aggressiva quanto basta, e l’uso delle tastiere che arricchisce il pezzo
e dà quel senso di solennità al tema trattato. Solo tiratissimo, molto
interessante.
In definitiva, non è un disco sgradevole, ma purtroppo la
poca fantasia negli assoli e nelle liriche, lo rende pedante anche a chi
ama certe sonorità. Forse una disposizione diversa delle songs avrebbe
favorito l’ascolto, ma anche semplicemente qualche idea in più non
avrebbe fatto male. Ad ogni modo, i lavori successi hanno giustamente
offuscato questa parentesi. Ogni gruppo si sa, ha il suo scheletro
nell’armadio.
Roberta Cannone |