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Tornano dopo pochi mesi dal buon Ep "Love
Through Blood" gli statunitensi Place Of Skulls, stoner
doom band che
con "The Black Is Never Far" firma il suo terzo full-length.
Il gruppo non è molto "dentro" quanto a presenza nel movimento christian
metal, ma sulla loro cristianità quasi predicatoria non vi sono dubbi,
ricercate, quasi poetiche, liriche filosociali alla mano. Inviti in esse
tra l'altro a chiedere la conversione interiore attraverso l'orazione;
l'evidenziare la presenza della ricerca di Dio dell'uomo anche
nell'attuale società senza Dio; condanna dell'uso di droghe,
antirazzismo, ed infine l'abbandono in Dio: "Humble ourselves in the
sight of the Lord / He'll lift us up in due time / He's never late and
He's never wrong / [...] And I pray for a changed heart / To walk with
you Lord, and never depart / And I pray for a changed heart / You grant
me the grace for a new start".
Prisoner's creed prende forma con una lunga
anfitrionica distorsione, di lì il sound sarà prettamente prog sia nel cucito ritmico
che nelle belle linee vocali del singer e chitarrista Victor Griffin; il
riffing è a tratti anche cupo e possente. A seguire Sense of divinity,
decisamente più doom-oriented, l'espressione vocale è rallentata ed
intensa ed il chorus si dipana molto fascinoso. Il corpo centrale
sviscera però una certa vivacità progressiva con tanto di assolo
andante, almeno fino all'improvvisa implosione su delicate e soffuse
note. Un dolce riff acustico fa da preludio alla terza Darkest hour,
cadenzata doom/prog con protagonisti sia le melodie vocali che la lead
guitar, la quale si prodiga poi in un lungo sognante e suggestivo assolo; il
finale è ancora doom. Arriviamo così al primo dei tre Interlude di 10
secondi o su di lì: vi si materializzano onirici arpeggi che veicolano al
poderoso doom di Apart from me che, infarcita di un riecheggio vocale e di
un chorus non troppo riuscito, ha nel finale un lungo assolo sopraelevato rispetto ad un cupo riffing. La title-track di oltre sei
minuti stupisce, chi si sarebbe aspettate esplicite sonorità country?
Scavalchiamo l'immaginario limite di metà
track-list con We the unrighteous, doom/prog ricco di backing vocals ed
orpelli studio quali effetti elettronici ed un ricco vociare di
sottofondo. Siamo al secondo Interlude, stavolta fosco se non quasi
horrorifico: è il preambolo a Masters of jest che però non segue
affatto questa
linea tracciata, bensì si assesta su lande stilistiche prog e doom in
cui risalta un lungo "sporco" assolo decisamente ben riuscito. Altro ed
ultimo Interlude: qui è prima soffuso poi country nella sola chitarra.
Lookin' for a reason rasenta i sei minuti e mezzo ed è ovviamente
l'episodio più esteso di questi 46 giri di lancetta: si alterneranno,
ben armonizzate, partiture soffuse fusion con sax ed assolo, e riffoni più
metallici di sound doom/prog. Il penultimo episodio dell'album
Relentless, cover riarrangiata dei Pentagram, l'ex
band di Griffin, è heavy ritmato in testa e coda, ma il corpo centrale è
ancora una volta doom/prog dai riff anche cupi e gravi.
Il terzetto americano si commiata con Changed heart, dove il fascino
onirico si intreccia con passionali intensità.
Una band di classe i Place Of Skulls, classe non
superlativa ma se gradite lavori maturi, elaborati e densi di variegate
influenze, se ricercate le cadenze ed i bei vocalizzi infarciti di groove allora
"The Black Is Never Far" soddisferà i vostri appetiti.
Vaake
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