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I Possession sono il gruppo più
sottovalutato di quella nidiata thrash cristiana che alle origini del
movimento estremo generò importantissimi act quali Believer,
Deliverance, Tourniquet, Sacrament e Vengence
Rising; loro non ascesero mai alla celebrità dei succitati per il
fatto che uscirono con un pelino di ritardo, ossia proprio quando il
movimento fu gettato fuori le luci dei riflettori piombando nel suo
periodo buio, eppure ancor più "true", durante il quale sopravvisse
rintanandosi in un catacombale underground. I Possession quindi
sono stati tra quelle band trait-d'union tra il vecchio e il nuovo ma
proprio per ciò rimaste sconosciute ai più, e questo anche perchè ebbero
effettivamente carriera breve constata appena di un eccezionale
full-length e di due buonissimi Ep. Il nostro "The Unnameable Suffering"
fu il primo e debut assoluto dei kansasini, che una volta scioltisi
andranno a dar vita, quantomeno nel loro nucleo vitale costituito del
singer Nyk Edinger e dal chitarrista Shayne Scholl, agli ottimi
unblackster Frost Like Ashes.
L'Ep pur non covando già in sé i fasti di "Eternally
Haunt", tuttavia ne costituisce un prelibato antipasto. Non tutto
rifulge, ma già molto abbaglia. La caratteristica precipua di questa
grandiosa band risiede senza dubbio in uno strepitoso intreccio vocale,
in cui il gutturale e lo screaming (a tratti urlato in altri graffiante)
si ritrovano armoniosamente avviluppati con un falsetto strepitoso,
dagli acuti che fanno strabuzzare gli occhi. È la varietà con cui questo
gioco di prestigio si ripete senza mai risultare monotono che stupisce.
Ma "The Unnameable Suffering" non è ancora "Eternally Haunt"
dicevamo, e quindi la produzione è meno curata e potente, il songwriting
presenta alcuni buchi di sceneggiatura, ma principalmente il lavoro
solistico non travolge come invece farà nel full-length composto un
biennio dopo. In Seer’s vision, l'opener, le due "sei
corde" sovraeccitate sfogano l'iperproduzione ormonale in una cavalcata
thrash ricca di alternanze ritmiche e impreziosita da elaborati fill
opera del notevole John Longstreth. Gran pezzo, il cui successore non
dimostra la medesima verve: Sounds of sorrow tenta di
fluttuare nell'etere creando sensazioni depressive, prima di evolvere in
un mid-tempo piuttosto lineare giocato sui vocals. Esperimento non
troppo riuscito, non è questa l'anima dei Possession, e i nostri
se ne renderanno conto. Fortunatamente già qui si torna a galoppare con
Have no fear, in cui le pause sono cadenzati triviali; il
tasso di testosterone del songwriting farà ondeggiare molte lunghe
chiome.
Il Cd, benché breve, contiene lampi di mero genio
compositivo ed esecutivo, che diverranno molto più tangibili in quello
che sarà uno degli album white meno glorificati - in rapporto al valore
oggettivo - di sempre. Fate vostro "Eternally Haunt" il prima
possibile, poi probabilmente cercherete anche questo.
Vaake
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