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Dopo il successo
ottenuto con i precedenti full-length, i Red tornano a farsi
sentire con il loro terzo disco dal titolo "Until We Have Faces".
Il nostro quartetto, considerato la punta di diamante dell'alternative
di stampo cristiano, si presenta con Michael Barnes alla voce, Anthony
Armstrong alla chitarra, il fratello Randy al basso e il batterista Joe
Rickard entrato nel 2008. Continuando a cavalcare l'onda del successo,
la band propone un sound simile a quello dei precedenti lavori,
inserendo però più parti melodiche come vedremo nel dettaglio.
Si parte subito in
quarta con Feed the machine, il classico sound alternative
che unisce quei riffoni di chitarra granitici e parti in scream ad un
refrain iper melodico. Le sensazioni sono buone, il brano è energico, il
cantato di Michael Barnes è intenso e l'intera band convince fin da
subito. Non ci resta che proseguire con Faceless. Questa
volta il suono è più morbido, le parti in scream sono praticamente
inesistenti: è il classico brano da hit, sullo stile Nickelback
tanto per intenderci, e seppur il livello tecnico rimane alto non fanno
molta presa come per l'opener ascoltata tre minuti prima. Lo stesso
discorso si può applicare anche a Lie to me (denial), ma
in questo caso il mood cupo del refrain rende il tutto più interessante
e piacevole all'ascolto. Let it burn è la prima vera e
proprio ballad del disco, ma secondo me hanno tirato fuori qualcosa di
troppo melenso e infarcito di elettronica che alla lunga stufa. Si
poteva fare sicuramente di più, e infatti lo fanno con Buried
beneath. Questa è davvero riuscita bene, sognante al punto
giusto, ricca di cori che danno quella carica emotiva che prima è
mancata. Proseguendo con la successiva Not alone, ecco che
ci viene proposta ancora una ballad. Proprio così, ancora una, e ancora
più moscia (concedetemi il termine) delle altre. Pochi spunti
interessanti, purtroppo ha il sapore di "già sentito".
Solo
le lyrics sono degne di nota, un inno alla fedeltà di Dio: "I am with
you, I will carry you through it all / I won't leave you, I will catch
you / When you feel like letting go / 'Cause you're not, you're not
alone".
Finalmente si ritorna a spingere sull'acceleratore e soprattutto ad
aumentare la distorsione della chitarra con Watch you crawl,
un pezzo in pieno stile P.O.D., aggressivo quanto basta e
melodico al momento giusto. Si passa poi ai ritmi cadenzati di The
outside e Who we are, dove sono presenti massicce
dosi di industrial nella prima, e una buona carica di testosterone nella
successiva. La penultima di "Until We Have Faces" dal titolo
Best is yet to come è ancora un'altra ballad alla
Nickelback, orecchiabile, ma nient'altro di più.
La conclusione è
affidata a Hymn for the missing, e neanche a dirlo è
ovviamente un'altra ballad, ma questa volta si fa sul serio. Un
intreccio di voce e piano che vanno a formare una melodia malinconica,
sognante, intensa e ricca di pathos, dal finale quasi struggente. E'
esattamente tutto quello che si dovrebbe trovare in un lento, e tra
tutti è il più riuscito del disco. "Until We Have Faces" fa
l'occhiolino alla scena commerciale e lo testimoniano quasi tutte le
ballad, tecnicamente perfette, ma che spesso mancano di anima e
ripropongono stili già sentiti. Per quanto riguarda i pezzi più
aggressivi i Red ci sanno veramente fare ed è un peccato che non
abbiano insistito abbastanza su questo aspetto. In ogni caso è buon
disco per gli amanti dell'alternative con tutte le sue sfaccettature che
possiamo trovare in gruppi come Nickelback, Skillet e
P.O.D.
Daniele Fuligno |