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REHUMANIZE
Resident Apostasy
grind
2009 - Open Grave Records
(Panama - USA)
www.myspace.com/rehumanize

 

L'unblack con SorrowStorm prima e Northern Ash poi, il brutal con l'ottimo solo project Encryptor, il death dei Ministros Del Santuario, e ora per l'usa-panamense polistrumentista Felipe Diez è la volta del grind, per dar forma al quale sotto il moniker Rehumanize si affianca Broc Toney (Harvester Of Souls e Eternal Mystery in particolar modo, entrambe christian band). Già usciti nel 2008 col full "Human Depravity" i Rehumanize replicano stavolta più professionalmente, attraverso la Open Grave Records, con "Resident Apostasy", buon lavoro nel quale tutti gli stilemi del grind sono pienamente impressi, a partire dall'ossimoro "numero esagerato di tracce" (27) e "breve durata complessiva" (32 minuti). Ma non sono gli unici paradigmi da cui il duo parte, non mancano infatti tracks - dai cervellotici quanto spesso improbabili titoli - di pochi secondi, come pure un'esondazione di inserti filmici (un vero must!). Il blastbeats come soluzione compositiva principe era ovviamente sottintesa, stesso dicasi del ricorso al growl fognato corroborato da qualche scream.

Tutto déjà écouté dunque, ma tutto molto ben eseguito, e con un fine lirico evangelizzatore in alcun modo celato, pur senza risultare banale. Quello che più si fa apprezzare, oltre alla triturante irruenza dei blastbeats, è una certa varietà ritmica che i nostri riescono a conferire ai pezzi, altrimenti strutturati sul ridondante e alla lunga tedioso schema: stralcio Tv-blastbeats-mid/down tempo-blastbeats-nuovo inserto. Qualche episodio della labirintica tracklist desta maggiore interesse; darei menzione del metronomo variabile di The lalekald delusion, del doom plumbeo quanto sentenzioso in chiusa alla convincente Psychopharmacologist (una delle pochissime song a superare i due minuti di estensione), dell'ambient caotico dantesco di The existence of hell (non a caso); da citare anche i down tempo che scandiscono Planet laodicea, il bel grind'n'roll ad aprire It's a fallen world after all, la strutturata Berkowitz, il massacro brutal che introduce Painlife, e, per finire, il mitragliamento della closer Repent and believe.

Vero che il genere pone argini abbastanza invalicabili, ma qui di inventiva - necessaria! - non ce n'è molta; compensa una notevole esecuzione, che nelle tracce brevissime riesce a produrre distruzione sonora. In definitiva quindi non certo il miglior progetto di Felipe Diez, ma release estrema di oggettiva validità, e proposta se forse non entusiasmante comunque apprezzabile per gli amanti del grindcore.

Valerio Mei

VOTO

76

 

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