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L'unblack con SorrowStorm prima e
Northern Ash poi, il brutal con l'ottimo solo project Encryptor,
il death dei Ministros Del Santuario, e ora per l'usa-panamense
polistrumentista Felipe Diez è la volta del grind, per dar forma al
quale sotto il moniker Rehumanize si affianca Broc Toney (Harvester
Of Souls e Eternal Mystery in particolar modo, entrambe
christian band). Già usciti nel 2008 col full "Human Depravity" i
Rehumanize replicano stavolta più professionalmente, attraverso
la Open Grave Records, con "Resident Apostasy", buon lavoro nel
quale tutti gli stilemi del grind sono pienamente impressi, a partire
dall'ossimoro "numero esagerato di tracce" (27) e "breve durata
complessiva" (32 minuti). Ma non sono gli unici paradigmi da cui il duo
parte, non mancano infatti tracks - dai cervellotici quanto spesso
improbabili titoli - di pochi secondi, come pure un'esondazione di
inserti filmici (un vero must!). Il blastbeats come soluzione
compositiva principe era ovviamente sottintesa, stesso dicasi del
ricorso al growl fognato corroborato da qualche scream.
Tutto déjà écouté dunque, ma tutto molto ben
eseguito, e con un fine lirico evangelizzatore in alcun modo celato, pur
senza risultare banale. Quello che più si fa apprezzare, oltre alla
triturante irruenza dei blastbeats, è una certa varietà ritmica che i
nostri riescono a conferire ai pezzi, altrimenti strutturati sul
ridondante e alla lunga tedioso schema: stralcio Tv-blastbeats-mid/down
tempo-blastbeats-nuovo inserto. Qualche episodio della labirintica
tracklist desta maggiore interesse; darei menzione del metronomo
variabile di The lalekald delusion, del doom plumbeo
quanto sentenzioso in chiusa alla convincente Psychopharmacologist
(una delle pochissime song a superare i due minuti di estensione),
dell'ambient caotico dantesco di The existence of hell
(non a caso); da citare anche i down tempo che scandiscono Planet
laodicea, il bel grind'n'roll ad aprire It's a fallen
world after all, la strutturata Berkowitz, il
massacro brutal che introduce Painlife, e, per finire, il
mitragliamento della closer Repent and believe.
Vero che il genere pone argini abbastanza
invalicabili, ma qui di inventiva - necessaria! - non ce n'è molta;
compensa una notevole esecuzione, che nelle tracce brevissime riesce a
produrre distruzione sonora. In definitiva quindi non certo il miglior
progetto di Felipe Diez, ma release estrema di oggettiva validità, e
proposta se forse non entusiasmante comunque apprezzabile per gli amanti
del grindcore.
Valerio Mei
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