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Iniziamo subito con l'evitare facili ironie nei
confronti della copertina di "Colours"!, i Resurrection Band
sono infatti uno di quei gruppi che merita il massimo rispetto. Se gli
Stryper sono universalmente conosciuti come i padri del white
metal, a fianco di Petra e Jerusalem i Resurrection
Band ne sono infatti i nonni. I primi lavori dell'act capitanato da
Glenn Kaiser - classe '53, voce e chitarra - risalgono al lontanissimo
1974 ("All Your Life" e "Music To Raise The Dead"), anche
se poi l'esordio ufficiale si fisserà quattro anno dopo con l'uscita di
"Awaiting Your Reply". L'anno seguente fu la volta di "Rainbow's
End", per giungere così al nostro "Colours". Di lì ad un
lustro l'ensemble si denominerà col più stringato Rez Band e poi
semplicemente Rez, e solo dalla metà degli anni novanta il
monicker nelle cover tornerà ad essere quello primigenio. Da rimarcare,
ed apprezzare, come il combo sia al momento tutt'ora attivo, pur non
producendo album ormai dal 1997.
Excursus cronologico doveroso per gruppo che è
davvero storia. Venendo al disco in questione, ci ritroviamo proiettati
su lande compositive hard rock, influenzate da importanti dosi blues ma
anche appesantite, al tempo stesso, da riffing heavy. La voce di Glenn
sa essere sia roca che acuta, buona è l'estensione vocale, ma purtroppo
risulta piuttosto incostante e troppo disomogenea a livello tonale;
molto migliore invece la sua prestazione alla lead guitar dove piazza
incessanti assoli funambolici ed infuocati. Scorrendo la tracklist gli
episodi che balzano maggiormente all'attenzione sono la buona opener
Autograph, che parte addirittura cupa, molto varia nella
ritmica è per lo più strumentale; i coretti AOR della title-track;
l'alticcia ed arrogante N.Y.C., traccia di puro heavy
metal; le linee vocali stavolta effeminate della blueseggiante
Amazing, in ciò simile alla entrante, ma dal cantato intenso,
American dream. Il chorus va molto alto all'interno
dell'enfatica Benny & Sue, mentre City streets
è interessante pur difettando un poco nel bridge. Decisamente catchy
invece il refrain di Beggar in the alleyway, chiude la
prog-rock The struggle, dalle ammalianti linee melodiche
che ricordano moltissimo Jorn Lande nel progetto Ark; quanto agli
appassionati ed oranti testi di questa song, diciamo che lasciano poco
spazio all'interpretazione: "My pride wants me to hide inside myself /
but I love You an' I don't want our love put on the shelf / I'm tired of
fighting to be who I am / Jesus, make me what You want me to be /
because of You I desire reality / a love for You is what I'm dying to
receive / though I hate what I am I understand what You've promised me /
you've promised me freedom in the truth / but I can only face myself
when I've faced You / an' I'll be ready to face myself when I face You".
Bel disco dei primordi dell' hard 'n heavy, non c'è
dubbio: forse eccessivamente caratterizzato da alti e bassi nella
track-list ma in fin
dei conti, considerando l'abbondante quarto di secolo da allora scorso,
questo è solo un peccato veniale. Hail to
Resurrection Band.
Valerio Mei
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