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Forte di una
vasta esperienza con alcuni tra i più grandi musicisti della scena
metal tra i quali Tony McAlpine, Axel Rudi Pell e Chris Impellitteri,
nel 2000 Rob Rock decide di intraprendere la propria carriera
solista e debutta con l’ottimo album d’esordio "Rage Of Creation".
Nel 2003 esce il suo secondo full-lenght: "Eyes Of Eternity",
un disco molto veloce e potente che ottiene diverse recensioni
positive e ancora una volta da una notevole dimostrazione delle sue
ottime capacità vocali e compositive. A distanza di due anni, dopo
il cambio d’etichetta discografica, vede finalmente la luce questo
"Holy Hell", un disco che molti fans aspettavano con gran
curiosità. Fin dal primo
ascolto ci si accorge subito della grande potenza di quest’album. I
suoni sono durissimi e le ritmiche contenute al suo interno, lineari
e tirate, denotano più di qualche volta alcune influenze thrash. Il
suono delle chitarre, come nei lavori precedenti, è un po’ sporco,
addirittura grezzo se vogliamo, ma stavolta la coppia Grimmark –
Hall riesce a dare una notevole compattezza e precisione al sound
generale. Cosa che fa decisamente la differenza in questo "Holy
Hell" portando la band Rob Rock a fare un’ulteriore passo
avanti. Ci si trova così ad ascoltare e apprezzare canzoni
potentissime come l’ottima opener: Slayer of souls,
uno tra i migliori pezzi dell'album. La sua partenza è a dir poco
fulminea: un singolo colpo di rullante e subito dopo ci viene
scaricata in faccia tutta la furia di questo pezzo. Rob parte subito
alla grande mettendo in chiaro fin dall’inizio che è lui il
protagonista principale di quest’album ed esegue la sua parte in
maniera potente e melodica.
Un altro pezzo
che si fa molto apprezzare è l’epicissimo First wind at the
end of time. Introdotto dal suono del vento, sfocia poi in
una cavalcata talmente trascinate che sfido chiunque a non
abbandonarsi ad un headbanger sfrenato mentre lo si ascolta. Le
chitarre ritmiche spiccano particolarmente bene nelle strofe, mentre
il cantato, sempre estremamente pulito, rimane su degli standard
qualitativi molto buoni.
Tanto di
cappello per la meravigliosa title-track: Holy hell.
Durissima e veloce nelle prime battute, si attenua nella parte
centrale per lasciare spazio al grandissimo singer; e mentre si
attenua la pelle d’oca provocataci dagli acuti di Rob nel ritornello
la canzone riprende con furia inesorabile come uno schiacciasassi
impazzito. Altra nota da segnalare in questo pezzo sono le splendide
backing vocals. Si possono sentire chiaramente e si mescolano
benissimo alla voce principale senza mai coprirla o disturbarla.
Davvero un ottimo lavoro anche in fase di mixaggio.
Un brano un
po’ fuori dagli schemi invece è Calling angels, che
attenua molto i ritmi sostenuti finora. La voce parte cantando su
tonalità più basse rispetto a quelle dei pezzi precedenti, e
continua in un progressivo crescendo fino ad esplodere in un
ritornello molto catchy che rimane comunque su note al di sotto
della media di questo disco. Notevole l’assolo di questa canzone
che, favorito da una base molto lineare, si sbizzarrisce in vibrati
e parti melodiche. Una canzone decadente riuscita, anche se ci si
aspettava qualcosina in più.
Purtroppo
qualche scivolone anche in questo disco c’è e il peggiore pezzo di
tutti è sicuramente Lion of Judas, che rivela buone
idee di fondo, ma soffre di una piattezza sconcertante. Le doti
vocali di Rob si fanno sentire bene anche qui (come in quasi tutto
il resto del disco), purtroppo però si fa sentire altrettanto bene
anche una certa carenza compositiva. Anche I’m a warrior,
sebbene ci proponga un ottimo lavoro dei due chitarristi nella fase
introduttiva, ricade ancora una volta in un’opprimente staticità. A
differenza del precedente, questo pezzo almeno è un po’ più dinamico
e si riesce ad ascoltarlo fino alla fine senza fare venir voglia
all’ascoltatore di saltarlo in blocco per la noia.
Di certo non
poteva mancare in un album del genere una ballad e la troviamo alla
settima traccia con il titolo di I’ll be waiting for you.
Un pezzo semplicissimo con gli strumenti appena accennati che fanno
esclusivamente da accompagnamento. Nonostante ciò la canzone è
dotata di grande espressività che da sola riesce a sopperire molto
bene a questa povertà di fondo. Cantata con un tono dolcissimo,
riesce a comunicare perfettamente una sensazione di attesa dolce e
malinconica. Da segnalare ancora le ottime When darkness
reigns e The revelation. Due pezzi che ci
fanno tornare indietro di qualche anno. Qui si notano moltissimo le
influenze di band che hanno fatto la storia come Iron Maiden
e R.J. Dio e chi ama questi due gruppi di certo apprezzerà
questi brani. Il disco si conclude con un piccola sorpresa che porta
il titolo di Move on. Un’altra ballata, anche se un
po’ troppo banale a dir la verità, alla quale prende parte il mitico
singer degli Edguy Tobias Sammet. Sembra quasi di tornare ad
ascoltare quel titanico progetto che porta il nome di Avantasia
ed è sempre un gran brivido ascoltare dei cantanti del genere
duettare nello stesso pezzo, per quanto scontato esso possa essere.
In
conclusione: Rob Rock con la sua musica non punta certo
all’originalità e questo è palese. Lui continua semplicemente a fare
quello che ha sempre fatto per anni e lo fa al meglio delle sue
possibilità. Riesce a sfruttare molto bene le sue doti canore ed è
supportato degnamente da ottimi musicisti regalandoci ad ogni uscita
dell’ottima musica. Chi cerca qualcosa di nuovo in quest’album forse
è meglio che ne stia alla larga, non troverà di certo pane per i
propri denti. Chi invece ha voglia di ascoltare del buon vecchio
classico heavy metal suonato egregiamente corra subito a comprare
questo disco perché questa è senza dubbio una tra le migliori uscite
di questi ultimi anni in un panorama, ahimè, sempre più piatto.
Stefano Bellon |