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ROB ROCK
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ROB ROCK
The Voice Of Melodic Metal -  Live In Atlanta
 
INTERVISTA
30/10/2007
 
 

 

ROB ROCK
Holy Hell
heavy
2005 - AFM Records
(USA)
www.myspace.com/robrock1

 

Forte di una vasta esperienza con alcuni tra i più grandi musicisti della scena metal tra i quali Tony McAlpine, Axel Rudi Pell e Chris Impellitteri, nel 2000 Rob Rock decide di intraprendere la propria carriera solista e debutta con l’ottimo album d’esordio "Rage Of Creation". Nel 2003 esce il suo secondo full-lenght: "Eyes Of Eternity", un disco molto veloce e potente che ottiene diverse recensioni positive e ancora una volta da una notevole dimostrazione delle sue ottime capacità vocali e compositive. A distanza di due anni, dopo il cambio d’etichetta discografica, vede finalmente la luce questo "Holy Hell", un disco che molti fans aspettavano con gran curiosità. Fin dal primo ascolto ci si accorge subito della grande potenza di quest’album. I suoni sono durissimi e le ritmiche contenute al suo interno, lineari e tirate, denotano più di qualche volta alcune influenze thrash. Il suono delle chitarre, come nei lavori precedenti, è un po’ sporco, addirittura grezzo se vogliamo, ma stavolta la coppia Grimmark – Hall riesce a dare una notevole compattezza e precisione al sound generale. Cosa che fa decisamente la differenza in questo "Holy Hell" portando la band Rob Rock a fare un’ulteriore passo avanti. Ci si trova così ad ascoltare e apprezzare canzoni potentissime come l’ottima opener: Slayer of souls, uno tra i migliori pezzi dell'album. La sua partenza è a dir poco fulminea: un singolo colpo di rullante e subito dopo ci viene scaricata in faccia tutta la furia di questo pezzo. Rob parte subito alla grande mettendo in chiaro fin dall’inizio che è lui il protagonista principale di quest’album ed esegue la sua parte in maniera potente e melodica.

Un altro pezzo che si fa molto apprezzare è l’epicissimo First wind at the end of time. Introdotto dal suono del vento, sfocia poi in una cavalcata talmente trascinate che sfido chiunque a non abbandonarsi ad un headbanger sfrenato mentre lo si ascolta. Le chitarre ritmiche spiccano particolarmente bene nelle strofe, mentre il cantato, sempre estremamente pulito, rimane su degli standard qualitativi molto buoni. Tanto di cappello per la meravigliosa title-track: Holy hell. Durissima e veloce nelle prime battute, si attenua nella parte centrale per lasciare spazio al grandissimo singer; e mentre si attenua la pelle d’oca provocataci dagli acuti di Rob nel ritornello la canzone riprende con furia inesorabile come uno schiacciasassi impazzito. Altra nota da segnalare in questo pezzo sono le splendide backing vocals. Si possono sentire chiaramente e si mescolano benissimo alla voce principale senza mai coprirla o disturbarla. Davvero un ottimo lavoro anche in fase di mixaggio. Un brano un po’ fuori dagli schemi invece è Calling angels, che attenua molto i ritmi sostenuti finora. La voce parte cantando su tonalità più basse rispetto a quelle dei pezzi precedenti, e continua in un progressivo crescendo fino ad esplodere in un ritornello molto catchy che rimane comunque su note al di sotto della media di questo disco. Notevole l’assolo di questa canzone che, favorito da una base molto lineare, si sbizzarrisce in vibrati e parti melodiche. Una canzone decadente riuscita, anche se ci si aspettava qualcosina in più. Purtroppo qualche scivolone anche in questo disco c’è e il peggiore pezzo di tutti è sicuramente Lion of Judas, che rivela buone idee di fondo, ma soffre di una piattezza sconcertante. Le doti vocali di Rob si fanno sentire bene anche qui (come in quasi tutto il resto del disco), purtroppo però si fa sentire altrettanto bene anche una certa carenza compositiva. Anche I’m a warrior, sebbene ci proponga un ottimo lavoro dei due chitarristi nella fase introduttiva, ricade ancora una volta in un’opprimente staticità. A differenza del precedente, questo pezzo almeno è un po’ più dinamico e si riesce ad ascoltarlo fino alla fine senza fare venir voglia all’ascoltatore di saltarlo in blocco per la noia.

Di certo non poteva mancare in un album del genere una ballad e la troviamo alla settima traccia con il titolo di I’ll be waiting for you. Un pezzo semplicissimo con gli strumenti appena accennati che fanno esclusivamente da accompagnamento. Nonostante ciò la canzone è dotata di grande espressività che da sola riesce a sopperire molto bene a questa povertà di fondo. Cantata con un tono dolcissimo, riesce a comunicare perfettamente una sensazione di attesa dolce e malinconica. Da segnalare ancora le ottime When darkness reigns e The revelation. Due pezzi che ci fanno tornare indietro di qualche anno. Qui si notano moltissimo le influenze di band che hanno fatto la storia come Iron Maiden e R.J. Dio e chi ama questi due gruppi di certo apprezzerà questi brani. Il disco si conclude con un piccola sorpresa che porta il titolo di Move on. Un’altra ballata, anche se un po’ troppo banale a dir la verità, alla quale prende parte il mitico singer degli Edguy Tobias Sammet. Sembra quasi di tornare ad ascoltare quel titanico progetto che porta il nome di Avantasia ed è sempre un gran brivido ascoltare dei cantanti del genere duettare nello stesso pezzo, per quanto scontato esso possa essere.

In conclusione: Rob Rock con la sua musica non punta certo all’originalità e questo è palese. Lui continua semplicemente a fare quello che ha sempre fatto per anni e lo fa al meglio delle sue possibilità. Riesce a sfruttare molto bene le sue doti canore ed è supportato degnamente da ottimi musicisti regalandoci ad ogni uscita dell’ottima musica. Chi cerca qualcosa di nuovo in quest’album forse è meglio che ne stia alla larga, non troverà di certo pane per i propri denti. Chi invece ha voglia di ascoltare del buon vecchio classico heavy metal suonato egregiamente corra subito a comprare questo disco perché questa è senza dubbio una tra le migliori uscite di questi ultimi anni in un panorama, ahimè, sempre più piatto.

Stefano Bellon

VOTO

86

 

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