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Quando ho scoperto che il gruppo che dovevo
recensire si chiamava Rogers Met An
Iranian, in verità la prima cosa che ho pensato è che mi trovavo
di fronte al primo premio assoluto per il monicker più brutto della
storia, ma non essendo ciò molto professionale diciamo che in realtà ho
ipotizzato che questi sconosciuti facessero una qualche sorta di
hardcore molto noise.
Tempo di scoprirlo subito e sono già ad ascoltare le note dell'opener
In medias res,
che a dispetto del nome incomincia invece con un intro coristica
reminiscente dei Carmina Burana. Non ci vuole molte per far
ruggire delle chitarre ultradissonanti ed una batteria martellante che
accompagnano versi da suino sgozzato. Il mistero è presto svelato e non
mi resta che rilevare che i nostri sono dediti ad un grindcore dalle
tinte decisamente bestiali, cosa che non è affatto un male. Come
tradizione grind vuole, i pezzi sono molto brevi, infatti questa canzone
supera di poco il minuto e mezzo, pertanto è subito tempo di passare a
Frog and toad
together (che titoli!). Nel pezzo i musicisti si muovono con
disinvoltura fra diversi cambi di tempo, articolando il tutto in maniera
fluida, purtroppo la produzione non è netta, quindi forse andrà bene per
i fan del grind vecchia scuola, ma impedisce di apprezzare appieno le
evoluzioni strumentali del combo, in particolare nei blast il rullante
triggerato è troppo avanti nel mix e va a coprire ampia parte dei suoni
restanti, ciononostante i ragazzi danno buona prova di sé. Continuiamo
con Metanoia,
la canzone parte in quarta, per non dire in sesta col turbo, per
attestarsi presto su tempi più mosh, forse anche troppo, risultando di
certo ottima per i gladiatori del pit, ma un po' ripetitiva per
l'ascolto casalingo; carina l'idea del campionamento parlato a metà
traccia. Con un campionamento dello stesso tipo inizia
Parousia, c'è
un certo groove di fondo e il consueto gioco di accelerazioni e bruschi
rallentamenti è ben strutturato, quel che proprio non mi aspettavo, ma
che sono state una piacevole sorpresa, sono le lugubri tastiere nel
finale, inserite in maniera puntuale e non invasiva, andando ad
impreziosire la composizione e donandogli quel tocco in più. Si chiude
con Bear battle,
la mia preferita, è un po' una sintesi di tutto quanto l'act ha messo in
mostra finora, per questo sospetto sia anche stata l'ultima traccia
composta in ordine cronologico, il drumming ed il riffing sono
sopraffini e l'utilizzo delle tastiere molto più esteso, ma comunque
azzeccato, provate a metterla a palla nello stereo della macchina quando
il prossimo sbruffone vi si accosterà con qualche pezzo house a tutto
volume, garantito che gli scombinerete il ciuffo ingellato!
Un bel dischetto, avremmo potuto sicuramente contare su qualcosa di
buono anche per il futuro, ma purtroppo il gruppo ormai si è sciolto,
quindi godiamoci quello che ci hanno lasciato.
Daniel Djouder
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