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ROYAL ANGUISH
A Journey Through The Shadows Of Time
melodic death
2006 - N.C.
(USA)
www.myspace.com/royalanguish

 

Era divenuta palpabile tanto era intensa l'attesa per il secondo full-length (non considerando "The Chronicles Of Autumn Sorrow", riproposizione rimasterizzata da parte della Bombworks di song registrate nel lontano 1995) dei favolosi Royal Anguish, questo soprattutto perchè nel dopo "Mysterion" ci fu un clamoroso stravolgimento del sound con l'Ep "Tales Of Sullen Eyes", che da quel doom gotico svoltò di netto in direzione di una furiosa quanto originale miscela di death melodico, intriso pesantemente di partiture thrash, gothic e qualche accenno black, espresso in un vorticoso intreccio di deep growl e voce femminile, a tratti anche lirica; ma per quanto strepitoso quello era solo un Mini di cinque canzoni e poco più di venti minuti, la conferma si attendeva proprio nel successivo album studio. Così sono passati due anni e ci siamo, è "A Journey Through The Shadows Of Time". Subito la curiosità spinge ad indagare proprio sullo stile proposto stavolta: "è cambiato rispetto a "Tales Of Sullen Eyes"?" è la domanda che ridonda dentro al fan. Per nulla, anzi si è arricchito di diversi elementi epic presenti in brani narrati e folkeggianti riferiti ad un miniconcept di ispirazione veterotestamentaria, inserito nella seconda metà del lavoro. Il mastermind Matt Knowles alla chitarra ritmica ed al microfono dov'è affiancato ancora una volta dalla "eterodossa" quanto brava female vocalist Katy Decker, Marius Zozlowski alla lead e Sean Tibbetts al basso, sono stati coadiuvati nella realizzazione dell'opera dal bel lavoro (triggerato) dietro le pelli del guest artist Sean Currie e dalle onnipresenti keys dell'altro ospite, Anton Kalaj: il lavoro che ne esce, supportato da una produzione molto pulita ma non plasticosa, è splendido, anche se il nuovo Royal Anguish sound un neo lo mostra, ed è il risultare ancora poco adatto ad un full-length: alla lunga infatti lo stile, adagiato su un pesante tappeto tastieristico e ruotante attorno al duetto vocale, per quanto entusiasmante può rischiare di risultare ripetitivo, soprattutto dato che ormai non è più una novità.

Il disco è un blocco monolitico, il che non rende agevole un'analisi track by track: per citare comunque qualche episodio particolare possiamo dire di un sontuoso stacco atmosferico nell'opener Pitch black, dei gorgheggi e dei toni altissimi di Katy e della funambolicità delle chitarre in Playing God, della furia alternata all'atmosfericità gotica di Shadows of time. In Eternal vengono esplicitamente citati Haggard e The Gathering, questi nell'interpretazione melodica conclusiva di Katy. Legend I. The loss, Legend II. The search, Legend III. Impending doom, Legend IV. Victory at hand sono bei intermezzi epici con narrato saggio ed anziano, che sanno sapientemente variare nell'essere a turno folk, cupi, tesi grazie ad un piano dark, e sinfonicheggianti. Un commento a parte merita la song più "diversa" del lotto, The battle upon us: l'atmosfera generata dal keys work è di mero black, la batteria prima marziale esplode poi in un blast beat sul quale le chitarre tessono una ritmica arzigogolata e zanzarosa: una coralità neoclassica ed un finale enfatico non limitano dal considerare questa la traccia più black mai firmata Royal Anguish.  

Il lavoro lirico è dedicato agli orrori dell'attualità (come in Pitch black, che analizza l'episodio della strage nella scuola russa, o in Playing God, che tratta delle conseguenze tragiche dell'uomo che, rapito dalla superbia, "gioca" a fare Dio) e alla sofferenza quasi disperata, il tutto però, va rimarcato, in modo decisamente ermetico. La seconda metà del platter è invece, lo accennavamo, un concept epico ambientato durante la biblica battaglia di Gerico che ebbe come protagonista Giosuè: all'interno di questo contesto viene narrata l'angosciosa vicenda di un padre e della sua figlia in cui amore e malvagità si intessono in modo drammatico. Estremamente ben fatto l'artwork curato da Samuel Durling della EndTime Productions ed in definitiva album in vero spettacolare, i cui unici limiti sono, lo ribadisco, un certo pericolo mono-tonìa nel dispiegarsi della track list, ma anche forse la mancanza di brani di punta, in "Tales Of Sullen Eyes" al contrario presenti. Solo "peccati veniali" tuttavia, e quella che ci troviamo dinanzi è dunque un'altra conferma a livelli superiori firmata da questo straordinario act statunitense.

Vaake

VOTO

90

 

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