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Era divenuta palpabile tanto era intensa l'attesa
per il secondo full-length (non considerando "The Chronicles Of
Autumn Sorrow", riproposizione rimasterizzata da parte della
Bombworks di song registrate nel lontano 1995) dei favolosi Royal
Anguish, questo soprattutto perchè nel dopo "Mysterion" ci fu
un clamoroso stravolgimento del sound con l'Ep "Tales Of Sullen Eyes",
che da quel doom gotico svoltò di netto in direzione di una furiosa
quanto originale miscela di death melodico, intriso pesantemente di
partiture thrash, gothic e qualche accenno black, espresso in un
vorticoso intreccio di deep growl e voce
femminile, a tratti anche lirica; ma per quanto strepitoso quello era solo un
Mini di cinque canzoni e poco più di venti minuti, la conferma si attendeva proprio nel successivo
album studio. Così sono passati due anni e ci siamo, è "A Journey
Through The Shadows Of Time". Subito la curiosità spinge ad indagare
proprio sullo stile proposto stavolta: "è cambiato rispetto a "Tales Of Sullen Eyes"?"
è la domanda che ridonda dentro al fan.
Per nulla, anzi si è arricchito di diversi elementi epic presenti in
brani narrati e folkeggianti riferiti ad un miniconcept di ispirazione
veterotestamentaria, inserito nella seconda metà del lavoro. Il mastermind Matt Knowles alla chitarra ritmica ed al microfono dov'è
affiancato ancora una volta dalla "eterodossa" quanto brava female vocalist Katy Decker, Marius
Zozlowski alla lead e Sean Tibbetts al basso, sono stati coadiuvati
nella realizzazione dell'opera dal bel lavoro (triggerato) dietro le pelli del
guest artist Sean Currie e dalle onnipresenti keys dell'altro ospite, Anton Kalaj: il lavoro
che ne esce, supportato da una produzione molto pulita ma non plasticosa, è splendido,
anche se il nuovo Royal Anguish sound un neo lo mostra, ed è il
risultare ancora poco adatto ad un full-length: alla lunga infatti
lo stile, adagiato su un pesante tappeto tastieristico e ruotante
attorno al duetto vocale, per quanto entusiasmante può rischiare di
risultare ripetitivo, soprattutto dato che ormai non è più una novità.
Il disco è un blocco monolitico, il che non rende
agevole un'analisi track by track: per citare comunque qualche episodio
particolare possiamo dire di un sontuoso stacco atmosferico nell'opener
Pitch black, dei gorgheggi e dei toni altissimi di Katy e
della funambolicità delle chitarre in Playing God, della
furia alternata all'atmosfericità gotica di Shadows of time.
In Eternal vengono esplicitamente citati Haggard e
The Gathering, questi nell'interpretazione melodica conclusiva di
Katy. Legend I. The loss, Legend II. The search,
Legend III. Impending doom, Legend IV. Victory at
hand sono bei intermezzi epici con narrato saggio ed anziano,
che sanno sapientemente variare nell'essere a turno folk, cupi, tesi
grazie ad un piano dark, e sinfonicheggianti. Un commento a parte merita
la song più "diversa" del lotto, The battle upon us:
l'atmosfera generata dal keys work è di mero black, la batteria prima
marziale esplode poi in un blast beat sul quale le chitarre tessono una
ritmica arzigogolata e zanzarosa: una coralità neoclassica ed un finale
enfatico non limitano dal considerare questa la traccia più black mai
firmata Royal Anguish.
Il lavoro lirico è dedicato agli orrori
dell'attualità (come in Pitch black, che analizza
l'episodio della strage nella scuola russa, o in Playing God,
che tratta delle conseguenze tragiche dell'uomo che, rapito dalla superbia, "gioca" a
fare Dio) e alla sofferenza quasi disperata, il tutto però, va
rimarcato, in modo decisamente
ermetico. La seconda metà del platter è invece, lo accennavamo, un concept epico
ambientato durante la biblica battaglia di Gerico che ebbe come protagonista
Giosuè: all'interno di questo contesto viene narrata l'angosciosa
vicenda di un padre e della sua figlia in cui amore e malvagità si
intessono in modo drammatico. Estremamente ben fatto l'artwork curato da Samuel
Durling della EndTime Productions ed in definitiva album in vero spettacolare, i cui unici limiti
sono, lo ribadisco, un certo pericolo mono-tonìa nel dispiegarsi della
track list, ma anche forse la mancanza di brani di punta, in "Tales Of Sullen Eyes"
al contrario presenti. Solo "peccati veniali" tuttavia, e quella che ci troviamo dinanzi è
dunque un'altra conferma a livelli superiori firmata da questo
straordinario act statunitense.
Vaake
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