|
Vera perla da riscoprire
questa dei Sacrament, thrash Metal band dedita a tematiche
cristiane originaria della Pennsylvania (un’altra volta!), che ci ha
regalato due piccoli gioielli agli inizi degli anni Novanta, ovvero "Testimony
Of The Apocalypse" del 1990 e questo "Haunts Of Violence" del
1992, che è anche l’ultimo realizzato prima dello scioglimento. Un vero
peccato, perché la band non se la cavava affatto male e anzi credo che
avrebbe potuto fare davvero grandi cose in futuro. Purtroppo gli inizi
degli anni Novanta, causa avvento del fenomeno grunge e il dirottamento
di mostri sacri come Metallica o Megadeth verso territori
più commerciali e conseguente successo enorme a livello di vendite,
decretò la fine di molte realtà più o meno underground della scena
thrash metal, e questa fu la stessa sorte che toccò ai Sacrament.
Il thrash metal offertoci dai Sacrament in questo disco non è
particolarmente originale, ma si lascia apprezzare per una preparazione
tecnica di buon livello di ogni musicista. In primo luogo si nota subito
l’ottimo lavoro svolto alla chitarra dal buon Brian Toy, donandoci una
quantità di riffs spacca-collo contraddistinti da uno stile "spigoloso",
quadrato e tecnico tanto caro alla corrente del cosiddetto
techno-thrash, quindi riconducibile per certi versi a gruppi della
seminale Bay Area, su tutti Testament e Forbidden. In
certi frangenti emerge anche una certa somiglianza con un’altra
sottovalutatissima thrash metal band statunitense, ovvero gli
EvilDead (chi ricorda i loro ottimi "Annihilation Of Civilization"
e "The Underworld"?), soprattutto per le parti vocali del singer
Robert Wolfe, declamatorie e quasi "parlate". L’album si apre con la
title-track, che inizia con un arpeggio di chitarra pulita dal tocco
vagamente oscuro e sinistro, che ci introdurrà nei riffs bellicosi che
non tarderanno ad arrivare. I tempi sono comunque medio-lenti e ornati
da arpeggi oscuri che emergono di tanto in tanto. E’ chiaro sin da
subito che siamo di fronte ad un lavoro di non facilissima
assimilazione, tanti sono gli stop n’go, i break e le ripartenze al
fulmicotone che ci pioveranno addosso come una cascata per tutta la
durata dell’album. Si continua con Carry the wounded, e
subito il riff iniziale mi fa avere un deja-vu. E’ praticamente uguale
ad un brano dei Sepultura presente in "Chaos A.D.", ovvero
Slave new world. Casualità o altro? Questo non lo potremo
mai sapere, ma la cosa che è sicura è che il brano dei Sepultura
è datato 1993 e questo dei Sacrament, 1992… Ad ogni modo la cosa
ha rilevanza secondaria dato che le due songs, a parte il riff in
apertura, si snodano su territori ben differenti, e anche qui la band
della Pennsylvania non cambia registro e continua a picchiare duro con
il proprio techno-thrash fatto di cambi di tempo repentini e chitarre
affilate e groovy in alcuni frangenti.
La terza traccia, Destructive heresies si presenta in
maniera più diretta ed "in your face", e qui fa capolino uno dei pochi
veri assoli dell’album, anche se davvero stringato. La band infatti opta
per la via del riffing contorto e solo apparentemente diretto in alcuni
punti, perché anche se la base ritmica in certi frangenti diventa più
lineare o indurrebbe ad un maggior trasporto, se si presta ben
attenzione ai fraseggi di chitarra ci si accorge della loro quasi
perenne complessità. E infatti, a sostegno di questo discorso, arriva
subito dopo l’intricata The wicked will rot, dove
addirittura ci sono echi di strutture quasi fusion! Ascoltare per
credere, anche se il tutto è sempre ben amalgamato in una base
essenzialmente heavy, e quindi lo sfoggio di tecnica non è mai invadente
ma inserito sempre in modo molto "discreto". Gli altri brani proseguono
sempre su queste coordinate e l’unico appunto che mi sento di rivolgere
a questo gruppo, e a questo album nello specifico, è che non ci sia una
vera song portante, insomma una vera "hit", ma "solo" una discreta
tracklist che si presenta in maniera più che dignitosa, ma che fa fatica
a far venire a galla le qualità di un brano rispetto ad un altro, vista
l’estrema omogeneità della proposta. In ogni caso consiglio vivamente
questo album a tutti gli amanti del vero thrash metal, ma soprattutto a
coloro che amano la frangia più tecnica e meno immediata di questo
genere musicale.
Infected
|