|
Tra la corposissima schiera di "hard 'n heavy" band
statunitensi di ispirazione cristiana della seconda metà degli anni
ottanta ed inizio novanta che rendeva il movimento white guidato
dagli Stryper quasi un fenomeno di massa, vanno inseriti di diritto
anche i Sacred Warrior, gruppo allora fautore di quattro album
studio, scioltosi nel 1991 e poi riunitosi senza significativi
sconvolgimenti della line-up dieci anni dopo, dando in questo
frangente luce ad
un Ep e ad un cd Live.
I Sacred Warrior nella loro proposta musicale sono capitanati
dalla maschia voce di Rey Parra, capace però anche di affilati acuti
in power-style, dal drumming piuttosto vario di Tony Velasquez, ma
soprattutto dalla tecnica e ruffiana chitarra del bravo Bruce Swift.
L'heavy proposto in questo "Master's Command" di circa cinquanta
minuti di durata non è particolarmente robusto bensì maggiormente
volto a soluzioni orientate verso la melodia, ed è eseguito senza
pecche ma ascolto dopo ascolto ci si accorge come manchi in
qualcosa, ossia la focosa passione da riversare sugli strumenti e,
principalmente in questo caso, sul microfono: le capacità vocali di Parra si intuiscono senza troppo sforzo, ma è evidente, e ce ne se
accorge ben presto, come qui non stia dando tutto.
All'interno della track-list formata da 12 tracce dalle liriche
evangelizzatrici (Many will come / in the name of Him / but the
Spirit's there / for all to see / their blood runs cold / just like
the rest / But in the end of time / will tell who will be blessed /
[...] Can you see the light? / Can you feel the power? / He'll be
the One who's dressed in white) troviamo momenti
interessanti ma altri sottotono: pensando a questi ultimi vengono in
mente l'insipida
Beyond the mountain, dal refrain scontato e per nulla catchy, e la
un po' pretenziosa quanto poco riuscita
Bound in chains; per quanto riguarda i primi invece non si
può omettere di dire della song che si interpone tra le due citate, la
notevolissima Evil lurks, che acuti, intrecci
strumentali ed assoli rendono di una spanna più calda ed
emozionata del resto del Cd. Apprezzabile è anche la title-track
Master's command, caratterizzata da buoni passaggi di
batteria, da un ritmo sostenuto, da un polifonico refrain, da bei
acuti oltre che dal solito ottimo lavoro solistico.
L'uso di synth stende un velo di cupezza su alcuni episodi come l'Intro,
la decima strumentale ed a tratti progressiva Onward warriors,
ma anche nella seguente, aggressiva e composita The flood,
dove guest al microfono è l'ex Vengeance Rising Roger
Martinez ed il suo growling.
Paradise è la canzone più "happy" dell'album; in
Uncontrolled senz'altro ben riuscita è la linea melodica,
mentre la sesta Unfailing love è una lunga ballad che
sa essere dolce ed intensa, anche se non convince appieno. A
chiudere questo comunque più che discreto, anche se certo non esaltante, disco è il
sentito inno corale Holy, holy, holy dalle cadenze
comode e rilassate.
Vaake
|