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Piccolo preambolo: se siete tra coloro che reputano giusto e
doveroso bocciare dopo pochi magari distratti ascolti un buon album
solo perchè fautore di un genere ormai giunto alla completa sclerotizzazione creativa, qual è
in questo caso lo swedish death, allora potete anche evitare di
proseguire le lettura di questa recensione; ma se siete invece tra
coloro che giudicano un disco principalmente per il suo valore
obiettivo senza fossilizzarsi in un giudizio che si basa
esclusivamente sulla presunta innovatività (in tal caso si
cestinerebbero i 5/6 della scena metal dato che è evidente come ogni genere
presenti i suoi inconfondibili stilemi e standardizzazioni) allora
potrete anche apprezzare un'analisi di "Escaping The Stupor" meno
sottomessa a logiche soggettivistiche.
Detto questo il secondo full-length della death band teutonica è un
notevole, seppur certo non troppo originale, album di death svedese,
più brutale che melodico, dagli echi metalcore, grave, cupo, spesso
tirato e sempre tremendamente irruento, dalla ineccepibile
produzione, dall'esecuzione pulita, dalla buona tecnica strumentale,
che però presenta una grossa crepa all'interno del lavoro di
songwriting: è innegabile che l'ispirazione compositiva sia limitata
negli spunti e questo alla lunga pesa all'ascolto, cosicché la
seconda parte del platter scorre infatti via meno fluida, e poco
invoglia a rimettere il Cd da capo e spingere nuovamente il tasto
play.
Canvas è subito una bella song, poderosa e fosca,
alterna - come sarà per tutto il Cd - un ottimo deep growl ad un
cantato screaming-oriented non però all'altezza dell'altro, anzi, a
volte quasi nocivo per l'economia armonica. Dicevamo degli echi
metalcore: la seguente Towards the edge of degeneration
ricorda tantissimo gli Zao per diverse soluzioni, ovviamente
qui in versione brutale. I am the enemy si fa notare
solo per la conduzione guest al microfono di Pilgrim dei Crimson
Moonlight e Karl Walfridsson degli svedesi Pantokrator,
rispettivamente per gli scream e per i growl; niente di troppo
incisivo è anche la quinta Extinction of mankind, ma
fra le due troviamo il capolavoro dell'album, Pierced by death:
imperano qui oscurità, devastazione sonora, massacri di doppia
cassa, stacchi progressivi ed inserimento di partiture melodiche
chitarristiche. Fosse stato tutto così "Escaping The Stupor"
grideremmo al prodigio! Shivering è più tipicamente
swedish nell'attacco ma poi si sviluppa tecnica e strutturata, con
un gradito momento di respiro, atmosferico, centrale. Eccoci alla
strumentale, acustica, triste e turbata Tremendum, o
almeno lo è fino all'ingresso della chitarra elettrica che si
produce in un affiancato solo luminoso. As silence dies
è una buia mitragliata con break tecnici e riffing detonanti, ma da
qui si nota un netto calo di mordente (e di gradimento) nonostante
l'adrenalinica Of traumatic memories and tears, dal
gran finale in cui ad un assolo succedono vertiginosi deliri vocali
e convulsioni ritmiche.
Nelle lyrics impazza un cristianesimo quasi sociale: i ragionati
testi si occupano (con tanto di utile sunto iniziale) di svariati
temi di attualità visti ed interpretati dall'alto del Golgota:
l'ipocrisia delle filosofico-scientiste dottrine del superuomo,
della deviante degenerazione televisiva, degli orrori derivanti
dalla manipolazione genetica, del dominio del vano e del superfluo,
ma anche di aspetti più strettamente teologici e spirituali.
I Sacrificium hanno, nel complesso, fatto un bel balzo in
avanti rispetto al precedente "Cold Black Piece Of Flesh"
ma ora li aspettiamo al varco della prossima release sperando
riescano a limare tutto ciò che impedisce loro (varietà e
originalità) di entrare nel novero dell'olimpo mondiale, il tutto
ovviamente mantenendo la travolgente brutalità che li
contraddistingue, e magari replicando questa superba produzione.
Valerio Mei
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