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The Mark
 
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Hell Blade
 
 

 

SAINT
Crime Scene Earth
heavy
2008 - Armor Records
(USA)
www.myspace.com/saintmetal

 

Solo due anni di attesa ed ecco di nuovo comparire sulla scena i Saint, band dell'Oregon formata nel lontano 1980, che dopo la delusione (almeno personale) di "The Mark" del 2006 ci offre questo nuovo "Crime Scene Earth", sesto full-length per Kramer e soci, tra i capostipiti assoluti del christian metal made in USA. L'album in questione non si sposta neppure di una virgola rispetto a quello che è lo stile consolidato dei nostri, ovvero un classic heavy metal di chiara matrice inglese e che trova certamente nei mitici Judas Priest dell'altrettanto mitico Rob Halford i principali ispiratori. Nove tracce, tra cui la cover Invader dei già sopraccitati Priest, più una intro, per un totale di 38 minuti, compongono questa ultima fatica per la band americana, che fornisce nel complesso una prestazione sufficiente, comunque superiore a quella registrata nel precedente "The Mark", ma che tuttavia non riesce a ripercorrere le  buone cose mostrateci nei primi album "Time's End" e "Too Late For Living".

Prima di addentrarci nella specifica analisi di alcune delle tracce contenute nel full-length, segnaliamo una novità importante, ovvero che Josh Kramer dà la voce solo a tre delle canzoni presenti nella tracklist (Half a time measure, Crime scene earth e Invader) mentre per le restanti il microfono passa al bassista Richard Lynch, che tuttavia presenta un timbro quasi identico a quello del cantante storico della band, a tal punto da non accorgersi neppure della differenza se non leggendola all'interno del booklet. Ad aprire le danze, dopo un intro di 1:15, è Half a times measure, brano che spazia tra un riff centrale puramente hard rock e un possente e granitico heavy, caratterizzato da un ritornello particolarmente catchy che prende fin dal primo ascolto. Andando avanti con i brani la cosa che salta fin da subito all'orecchio è l'estrema omogeneità delle linee vocali che non sembrano presentare grandi differenze tra le diverse canzoni, ed è proprio questo uno dei limiti, se non il principale limite, della band americana. E invertendo l'ordine dei fattori il risultato non cambia: che ci sia Kramer o Lynch al microfono si ripete sempre la stessa storia. Un gran peccato sottolineare questo aspetto, poiché nonostante alcuni passaggi non esattamente convincenti anche da un punto di vista musicale, il lavoro strumentale risulta nel suo complesso convincente. Oltre alla già citata Half a time measure, da segnalare senza alcun dubbio Everlasting God, vera e propria preghiera così come sottolineato dal ritornello: "You are the everlasting God / You are the One we bring our praise to / You are the everlasting God / You are the One we sing our praise to", e l'ultima Lost, tributo all'intero movimento heavy metal anni '80, nostalgico ricordo per i nostri: "Lost in the eighties / VanHalen Blvd / When Schenker rocked the world / I wanna be a rock star / Down to the valley / The valley of the Priest". 

Come ho già sostenuto in precedenza l'album prende la sua sufficienza, ma purtroppo non riesce ad andare oltre. Oltre alla già citata pecca "vocale" va anche aggiunto che dopo oramai quasi trent'anni di carriera una band dovrebbe iniziare ad osare un pochino di più (sarà certamente un paragone irriverente ma gli Iron Maiden è proprio questo che hanno fatto dal 2000 in avanti) ma purtroppo i Saint di oggi ripropongono gli stessi stilemi di 20 anni fa senza cambiarli di una virgola. E se questa è una cosa che piacerà ai nostalgici e che comunque fa guadagnare il "6" a questo lavoro, risulta nei fatti fin troppo scontata e "troppo facile". Un peccato per una band molto capace, che dovrebbe però iniziare seriamente a costruire qualcosa di nuovo attorno al proprio sound per i prossimi lavori. Altrimenti meglio appendere gli strumenti al chiodo…

Christian Khouri

VOTO

60

 

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