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Solo due anni di attesa ed ecco di
nuovo comparire sulla scena i Saint, band dell'Oregon formata nel
lontano 1980, che dopo la delusione (almeno personale) di
"The Mark" del 2006 ci offre questo nuovo "Crime Scene Earth",
sesto full-length per Kramer e soci, tra i capostipiti assoluti del
christian metal made in USA. L'album in questione non si sposta neppure
di una virgola rispetto a quello che è lo stile consolidato dei nostri,
ovvero un classic heavy metal di chiara matrice inglese e che trova
certamente nei mitici Judas Priest dell'altrettanto mitico Rob
Halford i principali ispiratori. Nove tracce, tra cui la cover
Invader dei già sopraccitati Priest, più una intro, per
un totale di 38 minuti, compongono questa ultima fatica per la band
americana, che fornisce nel complesso una prestazione sufficiente,
comunque superiore a quella registrata nel precedente "The Mark",
ma che tuttavia non riesce a ripercorrere le buone cose mostrateci nei
primi album "Time's End" e "Too Late For Living".
Prima di addentrarci nella specifica
analisi di alcune delle tracce contenute nel full-length, segnaliamo una
novità importante, ovvero che Josh Kramer dà la voce solo a tre delle
canzoni presenti nella tracklist (Half a time measure,
Crime scene earth e Invader) mentre per le
restanti il microfono passa al bassista Richard Lynch, che tuttavia
presenta un timbro quasi identico a quello del cantante storico della
band, a tal punto da non accorgersi neppure della differenza se non
leggendola all'interno del booklet. Ad aprire le danze, dopo un intro di
1:15, è Half a times measure, brano che spazia tra un riff
centrale puramente hard rock e un possente e granitico heavy,
caratterizzato da un ritornello particolarmente catchy che prende fin
dal primo ascolto. Andando avanti con i brani la cosa che salta fin da
subito all'orecchio è l'estrema omogeneità delle linee vocali che non
sembrano presentare grandi differenze tra le diverse canzoni, ed è
proprio questo uno dei limiti, se non il principale limite, della band
americana. E invertendo l'ordine dei fattori il risultato non cambia:
che ci sia Kramer o Lynch al microfono si ripete sempre la stessa
storia. Un gran peccato sottolineare questo aspetto, poiché nonostante
alcuni passaggi non esattamente convincenti anche da un punto di vista
musicale, il lavoro strumentale risulta nel suo complesso convincente.
Oltre alla già citata
Half a time measure, da
segnalare senza alcun dubbio Everlasting God, vera e
propria preghiera così come sottolineato dal ritornello: "You
are the everlasting God / You are the One we bring our praise to / You
are the everlasting God / You are the One we sing our praise to", e
l'ultima Lost, tributo all'intero movimento heavy metal
anni '80, nostalgico ricordo per i nostri: "Lost in the eighties /
VanHalen Blvd / When Schenker rocked the world / I wanna be a rock star
/ Down to the valley / The valley of the Priest".
Come
ho già sostenuto in precedenza l'album prende la sua sufficienza, ma
purtroppo non riesce ad andare oltre. Oltre alla già citata pecca
"vocale" va anche aggiunto che dopo oramai quasi trent'anni di carriera
una band dovrebbe iniziare ad osare un pochino di più (sarà certamente
un paragone irriverente ma gli Iron Maiden è proprio questo che
hanno fatto dal 2000 in avanti) ma purtroppo i Saint di oggi
ripropongono gli stessi stilemi di 20 anni fa senza cambiarli di una
virgola. E se questa è una cosa che piacerà ai nostalgici e che comunque
fa guadagnare il "6" a questo lavoro, risulta nei fatti fin troppo
scontata e "troppo facile". Un peccato per una band molto capace, che
dovrebbe però iniziare seriamente a costruire qualcosa di nuovo attorno
al proprio sound per i prossimi lavori. Altrimenti meglio appendere gli
strumenti al chiodo…
Christian Khouri |