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A seguito del recente, imprevisto, come-back la
storica white band dell'Oregon - prima di "In The Battle" ferma al
lontanissimo "Too Late For Living" del 1988, col solo piacevole
intermezzo dell'Ep "The Perfect Life" (1999) - è ora in
pieno fermento artistico: dopo il citato album del ritorno infatti i
nostri hanno firmato un live ("Live 05") e subito dopo questo full-length fresco fresco d'uscita, il loro quinto complessivo. I
defenders statunitensi rispetto alla line-up del predecessore
sostituiscono soltanto il drummer Tim Lamberson con Larry London ed il
sound rimane sempre quello ovviamente: heavy prepotente con la maschia
tonalità di Josh Kramer a farla da protagonista, al pari però della
chitarra di Jerry Johnson, coadiuvato da Dee Harrington.
Heavy testosteronico è subito The spirit,
opener consueta negli arrangiamenti, con spazi riservati alla messa in
luce della sempre ammaliante lead giutar di Johnson. The vision
ha più groove, la melodia del chorus prende. Ride to kill
propone una ritmica più andante ed un finale turbinoso mentre He
reigns è già la ballad, suadente senz'altro e ricca di appeal,
l'heavy è vellutato, il refrain ultra catchy e l'assolo passionale. Una
gran traccia! On and on rifà il mood del platter di nuovo
"grezzo", da rimarcare in essa la presenza di una polifonia stile
eighties. The 7th trumpet a sorpresa parte con una riffing
cupo ed incalzante, ma l'ossatura compositiva è poi articolata: acutoni,
accelerazioni e assolo thrashy sono però penalizzati da alcune soluzioni
vocali stridule ed in ciò poco apprezzabili. The mark, la
title-track, è abbastanza standard, invece gli arpeggi inquieti di
Bowls of wrath colpiscono nel segno: il sound è massiccio e
la lead irrefrenabile, peccato per la voce un po' lontana, pur se
fautrice di una bella teoria armonica. In Babylon the great
i riff sono grassi ed il chorus alquanto particolare, però con
Reaping the flesh tornano gli stridulii. Gog and Magog
è decisamente ruffiana e coinvolgente, è una traccia strumentale
prevalentemente chitarristica: inutile sottolineare come qui Johnson dia
in meglio di sé. Orecchiabile è anche la rilassante finale Alpha
and Omega, metafora di Cristo inizio e fine di tutte le cose.
Tirando le somme un album un gradino meno ispirato
di "In The Battle", meno vario nel songwriting e anche negli
stessi vocals che presentano soluzioni a volte persino dubbie, ma
probabilmente ancora più roccioso e compatto dell'altro. Ma se l'heavy
classico è la vostra via, e tanto più se siete cristiani, comunque sia dai Saint non potete
prescindere.
Vaake
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